Featured

Forse ci serve un blog

Inizio questo blog per non disperdere la gran mole di informazioni acquisita in questi anni di studio e di osservazione della crisi italiana ed europea, che pare diventare sempre più irreversibile. Questo spazio vuole essere un quaderno di appunti da condividere e mettere a disposizione di tutti per avere una descrizione della realtà un po’ più coerente di quella proposta ogni giorno.

Spero sia utile. Grazie a voi per la lettura

Thomas Müntzer

Annunci

L’Europa difende i risparmi delle famiglie (e allora lo spread?)

In questi giorni, in Francia, alcune decine di migliaia di persone hanno protestato in maniera auto-organizzata in seguito all’aumento dei prezzi del carburante. La protesta coinvolge in larga misura persone che abitano in zone periferiche delle grandi città e non possono fare a meno di spostarsi in  macchina per andare a lavorare. Ciò che trovo più ipocrita della misura del governo francese è la giustificazione secondo cui bisogna disincentivare le persone dal prendere o comprare la macchina perché inquina. Credere alla giustificazione verde del provvedimento denota infatti una certa superficialità, per il semplice fatto che chi è obbligato a utilizzare la macchina, continuerà a prenderla se non viene potenziato il trasporto pubblico prima di tassare macchine e/o carburanti. L’unico effetto quindi sarà quello di impoverire queste persone senza alcun beneficio per l’ambiente. Sarà un effetto collaterale o è il vero fine del provvedimento? Per capirlo bisognerebbe tornare ai fondamentali…

Screen Shot 2018-11-26 at 01.22.22

Invece di occuparci delle vicissitudini d’oltralpe vorremmo però affrontare tre storielle bizzarre che trovano molto spazio nei media nostrani e che meritano un po’ di attenzione:

1) l’innalzamento dello spread è dovuto alla perdita di fiducia dei mercati;

2) l’Europa garantisce i risparmi delle famiglie italiane;

3) un deficit eccessivo mette a rischio la stabilità dell’intera Eurozona.

Stando a queste storielle, il governo dovrebbe retrocedere sulle cifre della manovra e obbedire a Moscovici. Dovrebbe farlo

1) per riguadagnare la fiducia dei mercati e finanziare la sua spesa;

2) salvaguardare i risparmi;

3) non mettere in pericolo l’Eurozona,

nonostante il deficit presentato da Tria sia il più basso da Monti in poi e nonostante Francia e Spagna continuino a presentarne di più cospicui senza ricevere la stessa attenzione dai media locali né quella dei mercati (che siano correlate?). Vediamo allora come queste storielle cozzano con gli eventi, riportati in parte dai media stessi, che però senza un quadro d’insieme appaiono come verità monche.

Si fa un gran parlare della perdita di valore dei BTP dovuto all’innalzamento dello spread e di come questo abbia impoverito le famiglie italiane, sia in base al cosiddetto effetto povertà, sia al fatto che i rendimenti maggiori si trasformeranno in tasse ulteriori. Infatti, se lo spread si alza, il prezzo dei BTP diminuisce e dunque il valore dell’asset detenuto dal possessore di BTP diminuisce. Contemporaneamente i media mainstream non trascurano la debolezza delle banche italiane. Come sono collegati questi fatti? Come si collegano alle tre storielle di sopra?

Iniziamo col notare che le famiglie italiane non detengono che una frazione irrilevante del debito pubblico. Dunque questo effetto povertà non influisce tanto sulle famiglie in maniera diretta quanto sulle banche che, per ripianare i bilanci in perdita, penseranno bene di innalzare i tassi di interesse. La relazione di causalità tra aumento dei rendimenti e aumento dei mutui avviene in altre parole solo perché le banche italiane sono imbottite di titoli di stato. Questa debolezza ha cause approfondiremo in seguito.

Ciò che colpisce della narrazione mainstream non è dunque la tesi finale sostenuta, corretta, quanto l’idiosincrasia del raccontare questa storia insieme alla presunta protezione dei risparmi italiani operata dall’Europa. In quale altro stato del mondo il risultato delle elezioni porta ad un effetto cosi veloce sulla ricchezza delle famiglie?

Se c’è qualcosa che dovremmo concludere, dopo aver messo insieme i cocci presi dalla stampa, è che le istituzioni europee sono del tutto inefficaci nella protezione dei risparmi delle famiglie. Cosa è successo infatti ai rendimenti inglesi a seguito del terremoto politico della Brexit? E in Brasile a seguito dell’elezione di Bolsonaro? Nulla. E per quale motivo allora noi dovremmo pagare il prezzo di aver eletto Salvini o del reddito di cittadinanza? Semplice, perché sono inefficaci per scelta!

Screen Shot 2018-11-26 at 00.40.07
rendimento dei titoli di stato inglesi a 10 anni. la barra verticale è messa in corrispondenza della data del referendum sulla Brexit, 23 giugno 2016.

L’impianto attuale, non prevedendo una banca centrale prestatrice di ultima istanza e garante quindi del debito degli stati dell’Eurozona, espone gli stati agli umori dei mercati come barchette in un mare in tempesta. Questa situazione è stata creata con l’obiettivo preciso di disciplinare gli stati membri, anche se formalmente la storia viene ammantata di stronzate quali moral hazard a cui sarebbero esposti quei paesi le cui banche centrali si comportassero appunto come la Bank of England o la Bank of Japan e cosi via. Moral hazard che stranamente non è stata considerata nell’unificare sotto l’euro economie lontane con tassi di interesse diversi e che ha tolto ai banchieri del nord la preoccupazione di eventuali svalutazioni permettendo loro di drogare le economie del sud Europa portando all’esplosione del debito privato di questi paesi.

La tempesta in cui si trova l’Italia oggi non è esogena al suo rapporto con l’UE ma viene esattamente dal ricatto sotto cui è tenuta a vivere in quanto paese-colonia privo di sovranità monetaria, come riportato da Standard&Poor’s a pagina 5 del documento in cui spiega la metodologia con cui esprime le sue valutazioni:

We determine a sovereign local-currency rating by applying up to usually no more than one notch of uplift over the foreign-currency rating. Sovereign local-currency ratings can be higher than sovereign foreign-currency ratings because local-currency creditworthiness may be supported by the unique powers that sovereigns possess within their own borders, including issuance of the local currency and regulatory control of the domestic financial system. When a sovereign is a member of a monetary union, and thus cedes monetary and exchange-rate policy to a common central bank, or when it uses the currency of another sovereign, the local-currency rating is, under our criteria, equal to the foreign-currency rating.

In altre parole ciò che i mercati prezzano è la non-solvibilità dell’Italia nella valuta in cui è emesso il suo debito, che potrebbe rivelarsi un problema nel caso in cui la tensione tra Roma e Bruxelles salisse a tal punto da spingere l’Italia fuori dall’Eurozona. Gli investitori quindi chiedono un interesse maggiore per coprirsi dal redenomination risk, ovvero il fatto che l’Italia possa uscire dall’unione monetaria e riconvertire il suo debito in nuova valuta.

A riprova di quanto detto, basta notare che lo spread si alza quando la tensione sale e scende quando il governo appare più docile. Ora cosa ha a che fare l’aumento dei nostri rendimenti con i fondamentali economici della nazione? Cosa ne sarebbe se l’Italia avesse una banca centrale indipendente o se la BCE operasse come la Bank of England? Lascio a voi la risposta.

Dedichiamoci all’ultima storiella. È vero che l’instabilità politica italiana mette a rischio la stabilità dell’Eurozona? Uno studio di qualche anno fa stranamente ignorato dai media nostrani analizza gli effetti della crisi greca sui tassi di interesse tedeschi. Ebbene il risultato dei ricercatori tedeschi è che a seguito dell’aumento prolungato dei rendimenti della Grecia (ma verrebbe da dire dei paesi periferici) i tedeschi hanno risparmiato 100 miliardi sui tassi di interesse sul loro debito tra il 2010 e il 2015. Come? Semplice. Fino a prima del voltafaccia di Tsipras del giugno 2015, la possibilità che la Grecia uscisse dall’eurozona era molto probabile. Per lo stesso meccanismo discusso sopra, questo spingeva i bond greci al rialzo. Quando i soldi fuggono da asset rischiosi, molto probabilmente si riversano su beni considerati sicuri, e quale altro bene era più stabile di un bel bond tedesco? Questo flusso di risorse ha spinto in basso i rendimenti tedeschi (ma verrebbe da dire dei paesi core) e ha permesso loro di stabilizzare ulteriormente le loro finanze pubbliche. Se crediamo alla tesi di questo studio tedesco, i  paesi ricchi non subiscono danni diretti per le intemperanze del governo italiano. Semmai il contagio si estende ai paesi periferici, a cui il mercato comincia a chiedere interessi più alti perché ne diventa probabile l’uscita dall’euro a seguito di un uscita dell’Italia, o della rottura disordinata dell’unione monetaria.

Se non fosse ancora chiara la fragilità delle politiche e delle istituzioni europee, veniamo alla fragilità delle banche italiane. Abbiamo detto che essa è causata dall’eccessiva esposizione nei confronti dei titoli di stato. Dobbiamo allora capire a cosa è dovuta questa esposizione eccessiva. Ricordate quando sette anni fa lo spread toccava quota 500 e l’Europa ci imponeva Mario Monti? In quei momenti, contemporaneamente, l’altro Mario (Draghi) lanciava l’operazione LTRO (long term refinancing operation) volto a stimolare il credito concedendo liquidità alle banche a un tasso di interesse prossimo a zero. In sofferenza a causa della crisi e delle misure pro-cicliche imposte da Bruxelles, cosa pensate che potessero fare le banche italiane per ripianare i loro bilanci? Hanno comprato titoli di stato lucrando sul ghiotto rendimento a costo zero.

Vi è venuta un po’ di nausea? Vi capisco, poi di questi tempi… se però la nausea dovesse raggiungere livelli insopportabili, basta consolarsi con la speranza che l’ipocrisia di questa classe dirigente finirà presto. A primavera ci sono le elezioni europee, dove si vota col proporzionale. Che l’establishment europeo ne esca indenne appare sempre più improbabile stando ai livelli di popolarità bassi di cui godono in patria Merkel e Macron, soprattutto comparati al sessanta per cento attuale di Lega e 5 Stelle. Le avvisaglie  ricevute da Monsieur le roi fanno ben sperare, come i messaggi affettuosi che Trump gli ha inviato qualche settimana fa. E se anche aveste poca speranza nella resistenza del popolo francese o nella pazienza del popolo italiano, potete confidare nella politica estera americana che in quanto a cambi di regime ha una certa dimestichezza.

Screen Shot 2018-11-25 at 22.13.28.png

La sinistra annega nell’Aquarius

Questa volta ci lanciamo in un post di analisi politico-filosofica. Non portiamo numeri e grafici a sostegno della nostra tesi ma proveremo a motivare le nostre affermazioni con qualche buon suggerimento di lettura.

La sinistra, Italiana ed Europea, è allo sbando. Anzi, per usare le parole di Fassina (ottimo analista, timido politico) nel quadro attuale la sinistra è morta. Tanto quella liberale (il PD) quanto le varie formazioni “radicali”, prive di qualsiasi presa tra la gente e/o punto fermo ideologico.

La vicenda della nave Aquarius rappresenta l’ultimo psicodramma della sinistra che procede in direzione ostinata e contraria rispetto a quello che dovrebbe essere il suo popolo. Varie umanità “sinistre”, capeggiate da presunti intellettuali, si sono lanciate in considerazioni che coprono tutto lo spettro della cialtroneria dal disonesto (Saviano) all’imbarazzante (Albinati).

Dal punto di vista tattico, la scelta mi sembra anche logica. Da quarant’anni la sinistra ha sacrificato la difesa del lavoro sull’altare del mercatismo global-€uropeista. La base sociale si è quindi svuotata di operai e riempita di esponenti di classe medio/alta con pretese intellettualoidi. I temi fondamentali sono diventati quelli di un grande partito radicale: le libertà:

– Libertà di comprare ciò che si vuole (figli compresi)
– Libertà di unirsi con chi si vuole
– Libertà di drogarsi come si vuole
– etc.

È del tutto naturale quindi che il mondo della sinistra come un sol uomo si sia scagliato contro il Ministro dell’Interno. Reo, non di aver messo in pericolo i naufraghi soccorsi dall’Acquarius con l’aiuto della Marina Italiana (nessuno a bordo ha mai rischiato nulla), ma di aver limitato la libertà dei migranti di scappare dalla guerra (!?) e sbarcare in Italia.

Mi sta benissimo. Quello che i sinistri si rifiutano di capire però, è che il liberalismo dei costumi è filosoficamente propedeutico al liberalismo economico. Sostenendo la libertà di chiunque di andare dove gli pare nel mondo è difficile opporsi alla libera pretesa dei padroni di pagare i lavoratori 4 euro l’ora. O forse questo a sinistra lo si sa benissimo?

Ma torniamo alla nave Acquarius e proviamo a analizzare il tema migratorio da un punto di vista marxiano. In quest’ottica destra e sinistra sono semplicemente due categorie borghesi, che si differenziano solo per un diverso atteggiamento rispetto alla sovrastruttura dei rapporti di classe. Entrambe sono quindi un nemico da sconfiggere per il raggiungimento della società socialista internazionale.

Questo per quanto riguarda la strategia e l’obiettivo finale. D’altra parte qualsiasi risposta marxiana a un problema concreto non può che tenere conto della prassi dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. In particolare un vero marxiano sosterrà tatticamente, ma senza indugi, qualsiasi azione concreta possa arrecare danno all’architettura del capitalismo liberista imperante.

Alla luce di tutto questo, non può esserci alcun dubbio riguardo la posizione da prendere nella dialettica Salvini vs. Aquarius-ONG. Al netto delle reazioni isterico/scomposte della sinistra (anche e soprattutto radicale), il vero marxista sa benissimo come interpretare il fenomeno migratorio.

L’immigrazione è un mero strumento del capitale. Serve a spezzare il fronte dei lavoratori creando un esercito industriale di riserva disposto a sostituire i lavoratori attuali a condizioni contrattuali peggiori.

Chiarissima in questo senso è la lettera di Marx a Meyer e Vogt del 1870 riguardo i rapporti tra Irlanda e Inghilterra:

Per quanto riguarda la borghesia inglese questa ha in primo luogo in comune con l’aristocrazia inglese l’interesse a trasformare l’Irlanda in pura e semplice terra da pascolo che fornisce carne e lana ai prezzi più bassi possibili per il mercato inglese. Essa ha lo stesso interesse a ridurre la popolazione irlandese al minimo mediante esproprio e emigrazione forzata; in modo che il capitale inglese possa funzionare in questo paese con sicurezza. 

Ma la borghesia inglese ha interessi ancora più notevoli nell’attuale economia irlandese. Attraverso la continua e crescente concentrazione dei contratti di affitto l’Irlanda fornisce il suo sovrappiù al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.

E ora la cosa più importante! In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il suo tenore di vita. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su se stesso. L’operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i bianchi poveri verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese lo ripaga con la stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.

Sostituite pure l’Irlanda con un qualsiasi paese africano e la borghesia inglese con la borghesia transnazionale cosmopolita contemporanea e avrete una fotografia fedele dei rapporti tra Africa e mondo occidentale.

La migrazione è quindi al tempo stesso:

  1. un prodotto dell’oppressione predatoria del capitale verso determinate regioni del mondo.
  2. un mezzo per spezzare il fronte internazionale dei lavoratori mettendo gli uni contro gli altri.

Ora, aristotelicamente, chi vuole i mezzi per ottenere una cosa e le conseguenze di questa qual cosa vuole anche la cosa stessa. Se voglio la bomba atomica e il fall-out radioattivo, ne consegue che voglio anche il bombardamento di Hiroshima. Fuor di metafora, chi oggi appoggia il fenomeno migratorio (per di più gestito da ONG che rispondono a interessi privati) appoggia il capitale. È quindi un nemico del lavoro.

Punto.

Non c’è molto altro da aggiungere. Se non una carrellata di interventi anti-immigrazione da parte di personaggi insospettabili (per il sinistro medio). Enjoy!

  1. Georges Marchais, segretario del Partito Comunista Francese dal 1972 al 1994 si scaglia contro l’immigrazione clandestina e regolare.
  2. Gyula Thürmer, segretario del Partito dei lavoratori Ungheresi dal 1989 (il partito comunista lì non si può più chiamare comunista per legge) si esprime a favore delle politiche di Orban.
    https://youtu.be/LwsYSLSVF58

  3. Ha-Joon Chang economista keynesiano, nel suo libro “23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo“, si esprime così:

    I salari nei paesi industrializzati sono determinati più dal controllo sull’immigrazione che da qualunque altra cosa, inclusa qualsiasi legge sul salario minimo

    qui un estratto del libro.

    Addendum del 19/06/2018

  4. Jeremy Corbyn, segretario del partito Laburista inglese dal 2015, personaggio che personalmente non amo e che trovo ambiguo, ma certamente non il prototipo del fascio-leghista-razzista:
    https://www.newstatesman.com/politics/staggers/2017/07/jeremy-corbyn-wholesale-eu-immigration-has-destroyed-conditions-british

Sono sicuro ci siano molti altri esempi.

La sinistra è annegata nell’Aquarius. Per fortuna noi abbiamo un salvagente marxista che può evitarci di fare la stessa fine. Non ci resta che tumulare la fetida carcassa e adoperarci per la nascita di una nuova forza politica in grado di difendere gli interessi del lavoro senza pregiudizi identitari che fanno esclusivamente il gioco del capitale.

 

Super Mario TARGET2 – terza parte “Il ripassino della crisi”

Continuiamo il lungo post sui saldi Target2 iniziato già diverso tempo fa. Le puntate precedenti sono qui e qui.

Abbiamo visto che l’eurozona è un unione monetaria ibrida. Quando un italiano compra un bene estero si crea un passivo Target2 per la Banca d’Italia e un attivo Target2 per la banca centrale del paese produttore (tipicamente la Germania). Tutto il processo avviene in maniera automatica. L’unico vincolo è che la banca privata del compratore sia in grado di mantenere l’1% di capitale di riserva frazionaria (vedere qui).

Se il mercato interbancario è fluido il sistema Target2 permette – e ha permesso – ai paesi della periferia dell’eurozona di acquistare ad libitum prodotti dei paesi core, in particolare, chevvelodicoaffà, beni tedeschi.
Il deflusso di capitali dalle banche della periferia (soprattutto Greche e Spagnole) è stato compensato nel periodo 2001-2009, da prestiti dalle banche tedesche e francesi.
In assenza del cambio fisso assicurato dall’euro un persistente indebitamento del paese periferico avrebbe naturalmente spinto verso il basso la sua valuta e avrebbe limitato sia l’accesso al credito delle sue banche, sia la sua capacita di importare beni esteri.
La Grecia sarebbe stata in grado di importare nella misura in cui fosse stata in grado di esportare, mantenendo così la sua bilancia dei pagamenti tendenzialmente in pareggio.

Quello che invece è successo lo sanno ormai anche i sassi. Le banche tedesche e francesi si sono esposte circa 150 miliardi di euro solo verso le banche greche finanziando lo sbilancio di partite correnti dei paesi del Sud verso i paesi del Nord (vedere qui). I capitalisti tedeschi hanno quindi guadagnato due volte dall’introduzione dell’euro:

  • espandendo i loro mercati di sbocco
  • lucrando sui maggiori tassi di interesse disponibili facendo credito ai paesi periferici.

Analizzandolo in questo modo tutta l’impalcatura dell’euro appare come quello che effettivamente è: una gigantesca bolla finanziaria istituzionalizzata. Finché la bolla si è gonfiata, il marcio non era immediatamente visibile, quindi:

  1. le banche del sud disponendo di credito virtualmente illimitato hanno creato moneta per finanziare l’indebitamento di famiglie e imprese, che razionalmente hanno approfittato della drastica riduzione dei tassi di interesse. Si è assistito a un impressionante aumento del debito privato. In queste slides di Vitor Constancio vice-presidente della BCE, potete apprezzare le dimensioni del fenomeno.
  2. l’indebitamento del settore privato dei paesi del Sud è stato più che favorito dalle banche del Nord che hanno potuto lucrare sul differenziale di tasso di interesse nei confronti della Grecia, della Spagna o dell’Irlanda.
  3. Il tutto è avvenuto con l’assoluto benestare della BCE che ha fatto fatto finta di niente dando per scontato che la fiducia all’interno mercato interbancario sarebbe durata per sempre, indipendentemente dai livelli di indebitamento.

In questo modo le passività Target2 dei paesi del Sud sono state quasi perfettamente pareggiate dai prestiti delle banche del Nord, lo possiamo vedere bene nel grafico sotto:

t2_balances_2001_2008.png
Figura 1.: Saldi Target2 dal 2001 a 2008

Fino al 2008 i disavanzi Target2 si sono mantenuti all’interno di un livelli piuttosto modesti (uno scherzo rispetto alla situazione attuale). Il gioco  è andato avanti fino alla grande recessione del 2008-2009 arrivata dagli Stati Uniti.
A seguito della crisi, le banche del Nord, pesantemente esposte sul mercato americano, hanno iniziato a preoccuparsi dei crediti troppo generosamente elargiti in Europa, del loro effettivo valore reale e della concreta possibilità di rientrare dall’ “investimento”.
Tanto per cominciare il mercato interbancario europeo si è rotto. Le banche dei paesi del Nord hanno smesso di finanziare le banche dei paesi del Sud (e quindi il loro disavanzo commerciale) preferendo mantenere eventuali eccedenze depositate presso la BCE. Questo atteggiamento ha creato una spirale di sfiducia sempre maggiore dal momento che, mancando il finanziamento del centro era chiaro che la periferia dell’eurozona non sarebbe mai e poi mai rientrare di tutto il debito accumulato. In questo clima di sfiducia quel genio di Trichet (presidente della BCE prima di Draghi) non ha trovato di meglio da fare che alzare il tasso di interesse. Un folle totale.

La deflagrazione del sistema (con conseguenti perdite delle banche del Nord) è stata evitata dal nostro Mario Draghi e dalla BCE, che ha iniziato a rifinanziare le banche dei paesi in deficit prestando loro denaro in cambio di titoli di stato dei loro paesi. Lo si vede immediatamente osservando l’espansione del bilancio della BCE a partire dal 2008, in figura qui sotto.

amCharts
Figura 2.: Bilancio della Banca Centrale Europea dal 1999 al 2016

Dal grafico si notano in particolare le voci:

  • prestiti a istituti di credito dell’area euro (banda celeste)
  • acquisto di titoli dell’area euro pubblici e privati (banda viola)

che iniziano a crescere significativamente dopo il 2007-2008.

Il comportamento della Banca Centrale Europea ha mantenuto insieme i cocci dell’euro-sistema mentre i saldi Target2 hanno cominciato a divergere, come si vede nella figura successiva:

t2_balances_2001_2013
Figura 3.: Saldi Target2 dal 2001 al 2013

La situazione inizia a precipitare dal secondo trimestre del 2011, quando appare chiaro che il livello dell’indebitamento delle economie del Sud (Spagna, Grecia e Irlanda su tutte) è spropositato e che per i rispettivi paesi sarebbe impossibile rifinanziarle.

Certo Spagna, Grecia e Irlanda avrebbero potuto salvare le loro banche in moneta sovrana (stampando pesetas, drachme o sterline irlandesi). Questo però avrebbe messo la parola fine sull’esperimento dell’euro e avrebbe comportato pesanti perdite in conto capitale per i creditori. Le banche tedesche e francesi infatti, a seguito della svalutazione delle valute nazionali dei paesi in deficit rispetto all’euro avrebbero perso dal 30 al 50% dei loro crediti. Ben gli sarebbe stato, vista l’allegria con cui hanno prestato i loro soldi.

Il rischio di rottura dell’eurozona si è diffuso ben presto anche i titoli di stato dei paesi del Sud, Italia compresa, nonostante la situazione delle nostre banche fosse all’epoca la più solida in Europa. Tanto è vero che il governo italiano non dovette spendere pressoché nulla per salvare le banche mentre la Germania pagò l’8% del Pil, 248 miliardi per sostenere i suoi istituti di credito. Questa differenza di trattamento oggi mette le banche italiane in una posizione di grande difficoltà rispetto alle banche concorrenti che hanno goduto di tali e tanti aiuti di Stato, ma questa è un’altra, non meno preoccupante, storia.

Gli interessi sul debito sovrano di Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo iniziarono ad aumentare vertiginosamente rispetto ai bund tedeschi (ricordate quando ai TG non si parlava altro che di spread?). I titoli di stato tedeschi venivano giustamente visti come un bene rifugio dal momento che una rottura dell’eurozona avrebbe comportato la ri-denominazione dei titoli in marchi e una conseguente rivalutazione (per via del cronico elefantiaco surplus commerciale tedesco). La crisi ha quindi permesso al governo tedesco tra le altre cose di finanziarsi a tassi di interesse negativi per molti mesi ben prima degli altri.

Il finanziamento da parte della BCE dei disavanzi privati delle banche del Sud non avvenne gratis, ma al prezzo di sanguinose politiche di austerità.

L’esplosione della disoccupazione e della povertà e della miseria (e in molti casi della morte) nel Sud europa è stato il riscatto che i capitalisti tedeschi hanno chiesto per avere indietro i loro soldi, prestati in modo scriteriato per comprare i loro prodotti che non potevano essere venduti in Germania perché per anni, loro, non hanno fatto altro che comprimere i salari dei loro operai.

Capirete bene che in quest’unione monetaria c’è qualcosa che non va.

P.s.: non vorrei sembrare troppo cattivo con la Germania e dimenticare la Francia (le cui banche erano le più esposte in Grecia) che da anni esprime il presidente del Fondo Monetario Internazionale. Un’altra organizzazione che ha dato grande prova di se negli anni della crisi (qui un esempio).

La cosa paradossale qui rimane l’atteggiamento dell’Italia. Posso capire la Grecia che essendo fisicamente impossibilitata a ripianare i debiti delle sue banche e avendo un apparato produttivo misero si affida alla Troika. Il comportamento rimane criminale nei confronti della popolazione ma posso afferrarne il filo logico.

Per quale motivo invece una nazione grande come l’Italia, con un’apparato industriale tra i primi 10-15 al mondo, con un sistema bancario in salute, decide di distruggere il reddito della sua popolazione per tutelare il valore di crediti inesigibili contratti da altri? 

Se avessimo avuto lo straccio di uno statista avremmo potuto negoziare da una posizione di assoluta forza lo smantellamento ordinato di un’unione monetaria che non aveva fatto altro che danneggiare le nostre industrie.

Hanno deciso di distruggere la domanda interna. Aggiungendo la beffa di versare 58 miliardi di euro di denaro pubblico per un fondo salva stati che è servito solo a salvare le banche tedesche e francesi. E la Fornero piangeva.

Oggi si ri-presentano con le stesse ricette.

Non dimenticatelo!

Tranquilli ci pensa Mario

Il deflusso di capitali dai paesi del Sud, si è arrestato e la rotta è stata parzialmente invertita dopo il famoso discorso del whatever it takes. In quella conferenza stampa di Luglio 2012 Mario Draghi (a riforme fatte) fece capire ai mercati che la BCE sarebbe stata disposta a tutto pur di tenere unita la zona-euro. Gli effetti di furono immediatamente riscontrabili sia sullo spread che sui saldi Target2, come vediamo qui sotto:

t2_balances_2001_2018.png
Figura 4: Saldi Target2 dal 2007 a oggi.

Finalmente arriviamo ai nostri giorni. Come probabilmente tutti già sapete nel Gennaio 2015 il presidente della BCE ha annunciato l’avvio del Quantitative Easing (QE). Su wikipedia il QE viene definito come uno strumento di politica monetaria non convenzionale, in realtà non è altro che l’acquisto da parte della BCE di titoli pubblici (e anche privati).

Per non rischiare di fare del bene a qualcuno che non sia una banca questi acquisti non avvengono direttamente sul mercato primario ma solo su quello secondario. Draghi insomma non compra titoli pubblici dagli Stati fornendo loro denaro per costruire scuole, ospedali o creare posti di lavoro. No. Questo è proibito dai trattati e sarebbe al di fuori del mandato della BCE (non sia mai). I titoli di stato vengono acquistati da investitori privati e da banche.

L’idea di Draghi e degli amici liberisti è che la liquidità in eccesso regalata alle banche sarà poi reinvestita nell’economia reale portando crescita e INFLAZIONE (ma non era un problema ?!). Economia del trickle-down.

ll Quantitative easing è arrivato anche nell’Eurozona. La Bce ha deciso infatti di lanciare un piano di acquisti di titoli pubblici da 60 miliardi di euro al mese, che partirà il prossimo marzo e proseguirà «almeno fino a settembre 2016» e comunque fino a quando l’inflazione si riporterà a livelli ritenuti coerenti con i suoi obiettivi (cioè vicino al 2%). Il piano, complessivamente, prevede dunque acquisti per 1140 miliardi nell’arco di 19 mesi.

da Il sole 24 ore (22 gennaio 2015)

La solita idea vetusta per cui un risparmio genera necessariamente un investimento. Cioè un’altra versione della sputtanatissima legge di Say secondo cui è l’offerta a creare naturalmente la propria domanda. Una stupidaggine mai vista empiricamente e smontata già teoricamente da Keynes 90 anni fa, ma che va ancora molto di moda negli ambienti liberisti.

Inutile a dirsi, ma il bazooka di Draghi ha fatto cilecca. La crescita non si è vista, l’inflazione europea rimane in media, lontana dal 2% per di più con le solite storuture di un unione monetaria scriteriata. Tedeschi e olandesi sono in fibrillazione perché secondo loro l’inflazione è troppo alta e erode i loro crediti (povere stelle) mentre i paesi che avrebbero più bisogno di allegerire sono in deflazione, o quasi.

Il fatto che il QE sia stato sostanzialmente inutile dal punto di vista dell’uomo comune non vuol dire però che non abbia avuto conseguenze dal punto di vista economico/finanziario. Del resto quando immetti 2000 miliardi di euro nel sistema qualcosa dovrà pur succedere.

1. L’euro di circa 20%

Screen Shot 2018-02-08 at 00.08.07
Figura 5.: Tasso di cambio Euro/Dollaro dal 2013 al 2018

Vi siete accordi di qualcosa voi? State bene? Si, ottimo, quindi vuol dire che le svalutazioni non sono poi così drammatiche. Ad ogni modo anche se voi della svalutazione dell’euro non ve ne siete accorti se ne sono accorti a Washington. Dice che da quelle parti si sono un attimino rotti i coglioni di stampare dollari per finanziare le esportazioni di un’area del mondo che con un surplus commerciale di centinaia di miliardi di dollari (di cui il 90% sono della Germania) gioca al ribasso sul cambio tirando giù l’economia mondiale. Tutti tutti i torti non ce l’hanno. A Berlino sanno bene di giocare sporco e provano a truccare un po’ i conti, in perfetto stile germanico.

2. Ha incoraggiato una preoccupante fuga di capitali dall’Italia

Il fatto che chiunque abbia due lire in tasca le porti via dall’Italia è un fatto che va avanti almeno dal 2011 e che si vede plasticamente dai saldi Target2. Così come quando si compra un bene prodotto all’estero, anche quando si spostano soldi dall’Italia all’estero, comprando uno strumento finanziario o accendendo un conto corrente all’estero, si crea un disavanzo Target2.

Dalla Figura 4 si vede plasticamente che l’inizio del Quantitative Easing è coinciso con un graduale e costante peggioramento del saldo Target2 italiano. Il fenomeno è stato talmente macroscopico da richiedere una giustificazione ufficiale da parte di Draghi e della BCE.

La spiegazione (poco convincente e cervellotica) sarebbe che la Banca d’Italia (con i soldi del QE della BCE) abbia ri-comprato titoli pubblici italiani su piazze estere intra-eurozona (es. Francoforte o Amsterdam) detenuti da investitori extra-eurozona che si servivano di intermediari finanziari tedeschi,olandesi o lussemburghesi. Questo avrebbe meccanicamente creato un avanzo Target2 per il paese del nucleo dell’eurozona sede dell’intermediazione finanziaria e un corrispondente disavanzo per l’Italia. Nulla di tutto questo sarebbe collegato con un deterioramento della fiducia nei confronti dell’economia italiana. Siete convinti voi? Io no, sinceramente mi sembrano più semplici e convincenti le spiegazioni di Dor e Minenna: il paese sta andando a picco se non voglio perdere tutto o quasi, sposto il mio capitale all’estero.

Conclusioni

Direi che ho parlato troppo e probabilmente in modo caotico. Lascio il gentile lettore con 4 domande

  1. Se vogliamo continuare a raccontarci di avere un’unione monetaria che durerà per sempre perché manteniamo una contabilità nazionale dei flussi finanziari che escono e che entrano da ogni paese?
  2. Quanto ancora gli Stati Uniti potranno tollerare la bolla finanziaria generata dalla continua svalutazione della moneta dell’area del mondo con il più alto surplus commerciale?
  3. Come si può dire che un ritorno alla lira causerebbe una devastante fuga di capitali se questo è già successo e sta succedendo ORA nell’euro
  4. Come è possibile che chi ha svenduto il paese nel 2011 sieda ancora in Parlamento e possa addirittura ricandidarsi alle prossime elezioni?

La più iniqua delle tasse

Condivido con voi l’amabile conversazione che ho avuto stamane. Tutto è partito da questo tweet di una (tra le poche rimaste) sostenitrice del PD.

Enrica sosteneva che, negli anni bui della sovranità monetaria, la lira era solita dimezzare il suo valore da un giorno all altro.

Ora non è ben chiaro cosa volesse intendere la nostra amica piddina, con dimezzamento di valore da un giorno all’altro:

  • rispetto all’estero (quindi svalutazione del 50% rispetto a una valuta estera X)
  • rispetto ai beni nazionali (quindi inflazione del 50%).

Una panzana colossale in entrambi i casi, visto che fenomeni del genere non si sono mai osservati se non per paesi con problemi diversi dai nostri, tipo lo Zimbabwe. I dati ci sono, ognuno può andarseli a guardare ma la tesi è sempre quella:

L’euro ci protegge, perché quando non c’era Lui (l’euro) l’inflazione – la più iniqua delle tasse perché colpisce allo stesso modo la vecchietta e il miliardario – se magnava tutti li risparmi.

Per divertirmi un po’ ho sollecitato sull’argomento Paolo Attivissimo, uno degli esperti che collaborano  con la presidenza della Camera per la lotta alle temibili fakenews. Diversi di voi ne avranno sentito parlare.

Subito è arrivata la risposta di un altro utente che ha tirato fuori un evergreen: “a rata der mutuo

Toni da tregenda per ricordare come in quel periodo sfortunato la banca ti chiamava per comunicarti che il tasso di interesse nominale del tuo mutuo era raddoppiato.
Una bella seccatura, siamo d’accordo, ma la prima cosa che dovrebbe un po’ insospettire è che nonostante la rinomata rapacità delle banche, molte delle nostre famiglie hanno una o più case comprate proprio in quegli anni. Oggi invece nonostante i mutui abbiano tassi bassissimi (2% contro il 15% di cui parlava l’amico) le persone non possono neanche pensare di comprarsela una casa.

Ma allora dov’è l’inghippo? Innanzitutto parlare di tasso nominale non ha molto senso. Se il tasso del tuo mutuo è al 15% ma i prezzi salgono del 20% il tuo tasso in termini reali è negativo: -5%. L’inflazione abbassa il valore del denaro quindi favorisce il debitore che può saldare il suo debito con denaro che vale meno rispetto a quando il debito è stato contratto.

Effettivamente tra il 1973 e il 1980 l’inflazione in Italia è stata piuttosto alta rispetto agli standard attuali. Ecco il grafico, i dati sono presi dal database OCSE

italy_inflation_1956_2016.png

La ragione principale di questo improvviso e prolungato aumento dei prezzi al consumo però non fu la fantomatica svalutazione competitiva della liretta ma l’aumento del prezzo delle materie prime, petrolio in primis, prima nel 1973, poi di nuovo nel 1979. I paesi produttori di petrolio iniziarono a domandare una fetta più grande dei profitti del mondo occidentale e questo si tradusse in un brusco aumento dei prezzi.

E con questo abbiamo sistemato la sciocca e falsa equazione “sovranità monetaria = inflazione”. Ma l’inflazione intorno al 20% fu, di per se, una mazzata per i lavoratori come il nostro debunker ci tiene a farci sapere?

Bè, sicuramente possiamo dire che anche se i prezzi in quel periodo aumentavano molto, i salari aumentavano di più. Sempre dal database OCSE

italy_inflation_salary_1970_2016.png

Se avete un parente (non completamente ottuso dalla propaganda) che ha vissuto quegli anni potete chiedere a lui se è stato meglio avere inflazione al 20% e salari che crescono al 24% o inflazione all’1% e salari che scendono del 3%. Come è successo prima a causa della crisi del 2009 e poi a causa del senatore Monti nel 2012.

Per smontare definitivamente la teoria della mazzata (ipse dixit), possiamo dare un’occhiata alla serie storica del risparmio privato. Se veramente l’inflazione (che non dipende dai vizi italici e dalla svalutazione della liretta) è una mazzata per il risparmiatore dovremmo osservare nei dati una diminuzione della frazione di reddito risparmiato in corrispondenza dei periodi di alta inflazione. È così? L’OCSE la pensa in modo leggermente diverso.

italy_inflation_savings_1970_2016.png

Conclusioni

  1. Gli anni ’70 e’80 – il periodo della storia italiana dipinto dall’opinionista mainstream e dagli ottusi benpensanti come l’inferno dei risparmiatori – sono stati gli anni in cui le famiglie italiane sono riuscite a risparmiare la frazione più alta del loro reddito.
  2. Negli stessi anni nonostante l’inflazione fosse alta (a causa non del “familismo amorale” ma di rialzi del prezzo del petrolio) i salari sono cresciuti sistematicamente più dei prezzi. I salari sono cresciuti in termini reali.
  3. Da quando l’inflazione si è abbassata (il famoso dividendo dell’euro) i salari hanno iniziato a crescere sempre meno e ultimamente sono cresciuti anche meno dell’inflazione. Possiamo vederlo calcolando la crescita complessiva dei salari e dei prezzi per i 5 quasi decenni dal 1970 a oggi:

italy_price_salary_growth_decade.png

I dati smentiscono categoricamente la favola che dipinge l’inflazione come un flagello per il lavoratore/risparmiatore che vede i sudati risparmi erodersi davanti ai suoi occhi.

Ma allora perché i media si ostinano a ripeterci che stavamo peggio quando stavamo meglio? E perché persone che quegli anni li hanno vissuti avallano e sposano questa narrazione menzognera? E perché le persone che non hanno vissuto quegli anni si fanno abbindolare così facilmente?

Mi permetto di avanzare un’ipotesi, non originale:

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.

George Orwell – 1984

Super Mario TARGET2 – seconda parte

Finalmente ho deciso di proseguire il post lasciato a metà mesi fa sul governatore della BCE e il ruolo che svolge nell’architettura dell’eurozona.

Ricorderete forse queste criptiche dichiarazioni di Mario Draghi risalenti ormai a Gennaio scorso. Infastidito dall’onda montante di populismo in Italia il nostro si era lasciato andare a quello che sembrava più un avvertimento mafioso che la dichiarazione di un banchiere centrale.

Se l’Italia vuole uscire dall’euro deve saldare le passività verso la BCE, che all’epoca ammontavano a circa 358 miliardi di euro. Niente più sogno Europeo quindi, solo una fattura da pagare di circa 6000 euro a testa, poi amici come prima. Ma da dove viene spunta fuori il debito di cui parla Draghi? Perché non lo cita mai nessuno?

Per spiegarlo dobbiamo spendere due parole sul sistema di pagamenti interbancari dell’eurozona, il Target2.

Per una trattazione più dettagliata e rigorosa del problema si rimanda a quest’ottimo articolo di Sergio Cesaratto.

Cara, ti da fastidio se quando pago la cena me lo segno?

Il Target2 è un sistema informatico che serve a regolare in tempo reale le transazioni monetarie e finanziarie tra i paesi dell’eurozona. Se andate a fare la spesa alla Lidl, (il supermercato non potete più permettervelo), il denaro passa dalla vostra banca al conto di Lidl Stiftung & Co. Dei soldi dall’Italia prendono la via della Germania.

Se qualcuno nel 2017 continua a dirvi che la Germania è la locomotiva d’Europa, per favore rispondetegli con un rutto. La Germania ha un surplus di 90 miliardi di euro verso i paesi dell’Eurozona e di 50 miliardi verso la Gran Bretagna, cioè drena denaro da tutti questi paesi. Una locomotiva è un oggetto che traina consumando carburante, non che consuma il carburante degli altri. 

Lo spostamento di questa somma di denaro da un conto corrente italiano a uno tedesco crea una passività nel saldo Target2 dell’Italia e una corrispondente attività nel saldo della Germania. Per spiegare come questo avvenga però dobbiamo brevemente spiegare come funziona una banca privata.

 

1. Come funziona una banca

Cerchiamo di farla molto semplice:
Le banche private raccolgono soldi dai correntisti e quindi li prestano lucrando sulla differenza tra il tasso di interesse garantito ai conti correnti e quello richiesto per i prestiti.

Le banche sono autorizzate a prestare tutto il capitale che raccolgono eccetto una piccola parte, detta riserva frazionaria, che attualmente nell’area euro, per i conti correnti, è pari all’1%. Se una banca raccoglie 100 dai depositi è obbligata a mantenere almeno 1 sul conto (detto conto di riserva) che ogni banca possiede presso la banca centrale del suo paese. Le banche centrali dei paesi dell’eurozona sono di fatto succursali della BCE e insieme formano l’Eurosistema. La banca centrale corrisponde, per il deposito sul conto di riserva, un tasso di interesse sulla parte di capitale eccedente la riserva frazionaria. Attualmente il tasso di interesse è negativo (-0.10%) ma questo comunque non basta a far ripartire gli investimenti verso l’economia reale.

Che spettacolo eh? Siamo in una classica trappola della liquidità (prevista e descritta da Keynes quasi 100 anni fa) la Banca centrale pur portando sottozero i tassi di interesse e comprando vagonate di titoli di stato non riesce a far ripartire gli investimenti perché non c’è abbastanza domanda. E che fa la BCE (indipendente) ogni volta che parla ai governi? Chiede più riforme, cioè più  austerità, cioè meno soldi che girano, cioè meno domanda!

Lo strumento della riserva frazionaria serve sostanzialmente a limitare la creazione di moneta da parte delle banche private. Quest’ultime infatti creano a tutti gli effetti moneta dal nulla quasi come fa una banca centrale. L’unica differenza è che le banche private possono moltiplicare solo la moneta già in circolo e non immetterne altra. Il discorso è sostanzialmente analogo a quello del moltiplicatore keynesiano. Lo rispieghiamo brevemente qui nel caso ultra-semplificato in cui esita una sola banca privata, chi già sa dove si va a parare può saltare il paragrafo a piè pari.

2. Il moltiplicatore monetario

Supponiamo che la banca centrale, BC, emetta 100 unità di moneta. Questa moneta arriva al circuito privato e viene depositata nella banca privata B. Di 100 raccolti B può prestarne 99. La quantità di moneta circolante è diventata a tutti gli effetti 199. Chi ha depositato i 100 iniziali può effettuare pagamenti e chi ha ricevuto, supponiamo, un prestito da 99 può immediatamente usare il denaro per comprare beni o servizi.

Se la banca privata è una sola i 99 erogati in prestito torneranno a B sotto forma di nuovi depositi. Dopo un po’ quindi B si ritroverà sul conto i 100 iniziali ma a fronte di depositi (passività) per 199. Questa volta quindi potrà prestare solo 100 - 199 \times (1-r) dove r è il coefficiente di riserva frazionaria.

Il processo può continuare all’infinito ma il totale di moneta messa in circolo dalla banca privata converge a una quantità finita, in formule:

100 + 100(1-r) +\left[100-\left(100+100(1-r)\right)r\right] + \dots =

100 + 100(1-r) + \left[ 100- 100r-100r+100r^2 \right] + \dots =

100 + 100(1-r) + 100(1-r)^2 +\dots =

100 \sum_{k=0}^{\infty} (1-r)^k = \dfrac{1}{1-(1-r)} = 100 \cdot \dfrac{1}{r}

Nell’ultimo passaggio abbiamo sfruttato il fatto che la somma di una serie geometrica con ragione 0 \leq q = (1-r) < 1  è finita e uguale a 1/(1-q).
L’inverso del coefficiente di riserva frazionaria è detto anche moltiplicatore monetario e ci dice quante volte la moneta “stampata” dalla banca centrale verrà moltiplicata dalle banche private. Si vede immediatamente che più r è piccolo più il moltiplicatore è grande, infinito per r=0.

3. Il circuito interbancario 

Quando comprate un prodotto italiano trasferite del denaro (diciamo 100€) dal vostro conto presso la banca A al conto del venditore presso la banca B. Il venditore vedrà il denaro accreditato sul suo conto praticamente in tempo reale. In realtà però ci sono dei passaggi intermedi, che non vanno sottovalutati. Li illustriamo qui:

  1. La banca A preleva 100€ dal vostro conto.
  2. La banca A chiede alla Banca d’Italia di trasferire 100€ dal suo conto di riserva al conto di riserva della banca B.
  3. La banca B riceve 100€ sul suo conto di riserva presso la Banca d’Italia
  4. La banca B accredita 100€ sul conto del venditore.

La banca centrale svolge insomma il ruolo di camera di compensazione nelle transazioni tra banche private. Benissimo, ma questo era il caso semplice di un movimento di denaro interno, in cui sia compratore che venditore hanno conti correnti presso banche private dello stesso paese. Come cambia la situazione se si compra un bene estero? Ad esempio una bella e ecologica auto tedesca? C’è un passaggio in più da tenere in considerazione.

Così come le banche private hanno un conto di riserva presso la banca centrale nazionale così le banche centrali nazionali dell’Eurosistema hanno una sorta di conto di riserva presso la Banca Centrale Europea, che possiamo identificare con il saldo Target2, dove vengono registrate le entrate e le uscite del sistema bancario nazionale.

  1. La banca A preleva 100€ dal vostro conto.
  2. La Banca d’Italia toglie 100 dal conto di riserva della banca A
  3. La BCE registra un passivo di 100€ nel saldo Target2 della Banca d’Italia e un attivo di 100€ nel saldo Target2 della Bundesbank (per gli amici Buba)
  4. La Buba accredita 100€ nel conto di riserva di Deutsche Bank
  5. Deutsche Bank accredita 100€ sul conto corrente del produttore di auto tedesche

In pratica ogni volta che compriamo un bene estero causiamo un trasferimento di denaro dal sistema bancario italiano a quello del paese produttore (e viceversa se all’estero si comprano prodotti italiani). Se lo scambio avviene tra paesi dell’eurozona il costo del bene acquistato rappresenterà una passività nel saldo Target2 del paese acquirente e un attività nel saldo Target2 del paese produttore.

Detto in altri termini la BCE funziona da camera di compensazione per regolare debiti e crediti privati tra i sistemi bancari dell’eurozona. Quando un greco compra un frigorifero tedesco per 100 la BCE crea un credito Target2 di 100 a favore della Buba e un debito Target2 di 100 sul conto della Banca di Grecia. Il saldo è ovviamente 0 come per qualsiasi banca centrale che regola transazioni tra banche private all’interno di un singolo paese. Nessuno alla Federal Reserve degli Stati Uniti si sogna di registrare i debiti del Minnesota o i crediti della California o nessuno alla Banca d’Italia si sognava di segnare i crediti della Lombardia e i debiti del Molise.

Allo stesso modo non ha molto senso segnare debiti e crediti tra marito e moglie… se non al momento del divorzio.

Insomma che che ne dicano gli aedi delle AltreEurope, del sogno di Ventone, delle Europe dei popoli, quest’unione monetaria non è un unione. E non è un’unione perché i sistemi bancari privati non sono integrati e la contabilità nazionale viene tenuta come se tutti i paesi fossero separati (come infatti sono), per essere in grado di ricostruire, in caso di separazione, chi ha dato e chi ha avuto.

Di certo non un’ottima premessa per costruire un matrimonio felice.

E infatti…

(continua…)

 

 

 

Antifascisti su Marte

Rubo il titolo di questo post dall’illuminante blog di Luciano Barra Caracciolo, Orizzonte48, che invito tutti a leggere con attenzione.

È da diverso tempo che non scrivo nulla e ho anche lasciato un post a metà. Ultimamente non ho molto tempo e non sono ispirato, però voglio assolutamente scrivere qualcosa sulle elezioni francesi. Il primo turno ci ha regalato (come era pressoché certo) un ballottaggio tra due destre:

  • la destra delle élites europee cosmopolita, ultra-liberista, transnazionale rappresentata dal banchiere Rotschild e ex ministro dell’economia del governo Valls, Macron
  • la destra nazionale, tradizionalista, islamofoba e anti-europeista di  Marine Le Pen.

Io sono una persona di sinistra, questo blog, nel suo piccolissimo, prova a trasmettere un messaggio di sinistra e dico subito senza indugi e ripensamenti che se fossi francese voterei per Marine Le Pen. Nel resto del post proverò a spiegare questa mia presa di posizione.

Definizioni

Partiamo facendo alcune definizioni, prese come sempre dal nostro immortale punto di riferimento: il noto  filosofo di Treviri.

In un sistema economico capitalista la politica è l’insieme di decisioni (istituzionali e non) che regolano il conflitto sociale tra capitale e lavoro: cioè tra coloro che detengono i mezzi di produzione e coloro i quali possiedono solo la loro offerta di lavoro.

Il guadagno del capitalista altro non è che il valore generato dal lavoro degli operai (plusvalore) e non restituito loro in forma di salario. Il capitalista insomma si arricchisce derubando l’operaio di ciò che è suo perché prodotto dal suo lavoro.

La sinistra (quella vera) ha come sua ragione di esistere la difesa della classe lavoratrice contro quella capitalista e l’obiettivo finale, magari lontano, ma chiaro di arrivare alla collettivizzazione dei mezzi di produzione e quindi alla scomparsa della classe dominante capitalista.

In modo del tutto speculare la destra si oppone alla redistribuzione del reddito e della ricchezza dai capitalisti ai lavoratori. L’obiettivo finale della destra è la cristallizzazione della posizione dominante dei capitalisti tramite la creazione di una società ultra-liberista in cui lo Stato diventa minimo e si occupa esclusivamente di tutelare i diritti fondamentali dell’individuo. Cioè, in ultima analisi, di proteggere fisicamente i capitalisti e la loro proprietà privata.

È interessante notare come, secondo Von Hayek, padre del 99% di tutta la paccottiglia liberista che sentiamo oggi, lo stato minimo è l’unica forma di stato possibile in una federazione di nazioni disomogenee. Con tanti saluti alla “sinistra” che vuole gli Stati Uniti d’Europa. Qui e qui due riflessione di Cesaratto e Barra Caracciolo sul tema.

Notiamo immediatamente che nelle definizioni Marxiane non rientra in nessun modo il tema dei diritti civili dell’individuo. Questi infatti, non attengono ai rapporti sociali tra le classi, regolati esclusivamente dai rapporti di forza economici. I diritti civili non fanno quindi parte della struttura della società ma della cosiddetta sovrastruttura: Überbau. Analogamente appartiene alla sovrastruttura anche l’ ideologia che per Marx altro non è che uno strumento della classe dominante per soggiogare la classe lavoratrice.

 

Il fascismo come cane da guardia del liberismo

L’ideologia fascista, cioè quella che viene associata a Marine Le Pen – associazione per altro infondata – non è dissimile dalle altre ideologie. L’errore (più o meno consapevole) della “sinistra” (tra virgolette) è quello di identificarsi con l’anti-fascismo senza rendersi conto che questo non è sufficiente per proclamarsi sinistra (senza virgolette).

Il pensiero della “sinistra” in sintesi è questo: “Marine Le Pen è fascista, quindi una sua vittoria causerebbe in Francia e in Europa un rigurgito fascista, quindi un’avanzamento della destra (cioè i liberisti) e il conseguente schiacciamento dei diritti del lavoro. Quindi voto Macron, o al massimo mi astengo“.

Tralasciamo per un attimo il dettaglio non trascurabile che la “sinistra” stessa, almeno dagli anni ’70, è stata promotrice in prima persona di una continua trasformazione della società in senso liberista. Il ragionamento è evidentemente fallace perché inverte i rapporti di causa ed effetto.

Non è il fascismo che porta al liberismo, è la classe capitalista che si serve del fascismo per instaurare una società liberista.

Per una discussione dettagliata rimandiamo al blog di Barra Caracciolo, qui ci limitiamo a citare alcuni contributi significativi, come questo, di Lelio Basso:

[…] Gli industriali pensarono che se avessero appoggiato il fascismo e lo avessero mandato alla conquista dello Stato, avrebbero avuto finalmente a capo del Governo non un liberale di antico stampo come il Giolitti, che credeva in una certa funzione delle Stato, in certi diritti dello Stato, che non credeva che lo Stato dovesse obbedire al primo Agnelli che arrivava a dargli un ordine, ma un servitore obbediente. Come praticamente ebbero nel fascismo. È quando la Confindustria si decise a gettare il peso della sua forza economica, sociale, la, sua stampa, i suoi giornali, a passare dalla parte del fascismo, è da allora, dalla fine del ‘21, che il fascismo vince definitivamente la sua battaglia. Prenderà il potere poi nell’Ottobre del ‘22. Ma l’elemento che decide la vittoria del fascismo è il passaggio della Confindustria da quella parte. […]

L.Basso, Le origini del fascismo, Savona, Centro giovanile, cicl., 10-45

Il fascismo insomma non è stato altro che uno strumento con cui il capitalismo italiano ha soppresso le istanze di stampo socialista e regolato il conflitto sociale in senso liberista. La completa subalternità, sostanziale e ideologica, del duce al capitale italiano appare palese ricostruendo la politica economica del ventennio. Per maggiori dettagli si faccia riferimento a questo post di Correttore di Bozzi. Qui riportiamo un passo tratto dal libro di Raffaello Uboldi, La presa del potere di Benito Mussolini (p. 137 e seguente)

[…] Del resto non è che piaccia troppo questo romagnolo di dubbie origini e di dubbio credo, quello che vogliono i capitani d’industria è soprattutto tornare a lavorare e produrre adesso che lo spettro della rivoluzione è stato esorcizzato. Si vuole comunque capire —a pericolo cessato— dove il fascismo intende portare il paese, semmai arriverà al potere. Da qui le rassicurazioni, che non mancano, e non mancheranno, partendo dalla prospettiva di uno Stato «manchesteriano», cioè privatizzato, che Mussolini ha così delineato:

«Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomoni dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità, una politica estera intonata alle necessità nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell’attività privata dell’individuo».

R. Uboldi, La presa del potere di Benito Mussolini, Mondadori (p. 137 e seguente)

Notiamo immediatamente che lo stato di Mussolini è lo stesso di Von Hayek, e cosa ancora più inquietante, è lo stesso dell’Unione Europea, dove tutte le spese per il welfare sono di fatto subordinate all’approvazione della BCE, organismo non eletto e non responsabile né politicamente, né giuridicamente.

Ad ulteriore conferma della corrispondenza di amorosi sensi tra fascisti e liberisti (italiani e internazionali) citiamo un celebre passo di Ludwing von Mises, uno degli economisti più influenti della scuola austriaca.

It cannot be denied that Fascism and similar movements aimed at the establishment of dictatorships are full of the best intentions and that their intervention has for the moment saved European civilization. The merit that Fascism has thereby won for itself will live on eternally in history.

L. Von Mises, Liberalism

Sintesi

Se quello che la sinistra deve rifiutare è il liberismo, cioè lo stadio ultimo della società a immagine e somiglianza dei capitalisti, dove il lavoratore, privato di tutti i suoi diritti sociali, vive esclusivamente per far arricchire una ristretta oligarchia, l’obiettivo principale deve essere quello di rifiutare le istituzioni che impongono la deriva liberista. L’euro, l’Unione Europea e il loro garante francese Macron.

Possiamo passare ore a criticare l’idea di società che ha in mente Marine Le Pen che non è, e non sarà mai la nostra, ma non possiamo accettare la narrazione europeista che la addita come fascista.  Semplicemente non lo è. Non lo è perché in nessun punto del suo programma (qui non consideriamo obiezioni complottiste degli anti-complottisti) si prefigura un controllo della classe capitalista sullo stato. Diversi punti del programma invece esplicitano una rimozione dei vincoli €uropei ai quali è attualmente sottoposto lo stato francese e che rendono de facto impossibile la creazione di una democrazia sostanziale e la tutela dei diritti sociali delle classi subalterne.

Uno per tutti:

43: Remettre de l’ordre dans nos finances publiques par la fin des mauvaises dépenses publiques (notamment celles liées à l’immigration et à l’Union européenne) et par la lutte contre la fraude sociale et fiscale. Sortir de la dépendance aux marchés financiers en autorisant à nouveau le financement direct du Trésor par la Banque de France.

Il giorno in cui un partito sedicente di sinistra con più dello 0,1% dei voti avrà nel suo programma riportare la Banca Centrale entro il perimetro dello Stato, forse inizieremo a vedere una luce in fondo al tunnel.

Super Mario TARGET2 – prima parte

Molti di voi avranno letto, qualche settimana fa, questa criptica dichiarazione del Governatore della BCE Mario Draghi secondo cui l’Italia, in caso di uscita dall’euro, dovrebbe saldare un conto di 358 miliardi (pari a circa il 20% del PIL!). Parliamo di un’eventualità concreta? No. Diciamolo subito. Quest’uscita maldestra suona come uno degli ultimi disperati atti delle élites europee che provano a scongiurare la fine inevitabile dell’unione monetaria affidandosi al terrorismo psicologico. Prima di spiegare il motivo di questo ragionamento, però, facciamo un passo indietro spendendo due parole sull’italiano più potente d’Europa.

Breve e incompleta biografia di un banchiere centrale

Una volta superata la spessa cortina fumogena creata dai media mainstream la figura di Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, già governatore della Banca d’Italia e funzionario del Ministero del Tesoro (prima di un rapido giro di valzer a Goldman Sachs) appare molto più interessante. Se volete farvi due risate guardatevi questo video in cui l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ne da una sua personalissima descrizione. Qui sotto c’è la nostra:

Da funzionario del ministero del Tesoro nei primi anni ’90 Draghi fu protagonista della grande stagione delle privatizzazioni ovvero una delle più grandi svendite di patrimonio pubblico della Storia europea seconda forse solo alla privatizzazione delle industrie della Germania Est dopo la reunificazione.

Da governatore di Banca d’Italia (dunque responsabile della vigilanza sulla operazioni interbancarie) avallò la dubbia (eufemismo) operazione di acquisto di Banca Antonveneta da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena per 9 miliardi (più 7 di debiti). Soltanto un anno prima il Banco Santander aveva comprato Antonveneta da Abn-Amro per poco più di 6 miliardi. L’acquisizione distrusse le finanze della terza banca italiana e gettò le basi per la recente rovina dei risparmi di diverse migliaia di azionisti, obbligazionisti, e potenzialmente, anche correntisti di MPS.

Da governatore della Banca Centrale Europea ricordiamo la sua missiva (scritta nel 2011 a quattro mani con il governatore uscente Trichet) circa i provvedimenti che il governo italiano avrebbe dovuto prendere con la massima urgenza per arginare la crisi del debito sovrano. Quella lettera, che da 6 anni definisce il fallimentare programma economico e sociale dei governi italiani (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), sancì la caduta dell’ultimo esecutivo espresso da un processo democratico.

Gli esperti considerano Draghi l’uomo che nel Luglio 2012 salvò l’euro quando, mentre gli interessi sui titoli di Stato dei PIIGS salivano alle stelle, rilasciò la famosa dichiarazione del “whatever it takes”, preannunciando l’inizio del quantitative easing, iniziato quasi 3 anni dopo. Questo è il virgolettato:

There is another message that I want to tell you today. It is that within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough!
C’è un altro messaggio che voglio darvi oggi. Rimanendo nel nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi cosa sia necessaria per preservare l’euro. E credetemi. Sarà sufficiente.

Immediatamente dopo questa dichiarazione lo spread (cioè i punti percentuali di differenza) tra il tasso di interesse sui titoli di stato a scadenza 10 anni della periferia e quelli della Germania si ridusse drasticamente. Potete apprezzarlo osservando il grafico qui sotto, relativo ai BTP italiani. La linea rossa verticale è il Draghi moment.

spread

Sarebbe bello chiedere a Mario Draghi perché abbia deciso di annunciare il QE solamente nel Luglio del 2012 dopo che per più di un anno in mezza Europa vennero imposte misure di austerità lacrime e sangue sotto il ricatto dell’insostenibilità dei tassi di interesse sul debito. Non si sarebbe potuto rassicurare i mercati prima delle inutili riforme del governo Monti? O forse lo spettro dello spread serviva a convincere i popoli europei ad accettare di buon grado provvedimenti rivolti esplicitamente alla riduzione dei loro redditi.

I nostri amici Greci invece se lo ricordano per aver salvaguardato il regolare svolgimento del processo democratico congelando la liquidità disponibile per le banche Greche in vista del referendum sul piano di riforme proposto della Troika. Una decisione obbligata si disse, già, ma obbligata da cosa? Non certo da una mancanza di denaro visto che, come tutti ben sappiamo e come lo stesso Draghi ci conferma, la BCE il denaro lo crea dal nulla. E quindi perché sono stati presi certi provvedimenti? Perché con tale tempismo?

Tutte domande molto interessanti che purtroppo però non riceveranno mai nessuna risposta. Nel favoloso mondo di Eurolandia il governatore della BCE è indipendente da tutti i governi (tranne forse che da uno) e deve rendere conto solo a se stesso e (se esiste) a Dio come lo Imperatore. D’altra parte gli €uristi non hanno mai fatto mistero di apprezzare la società medioevale. Vi lascio con le parole di Giuliano Amato in una celebre intervista del 13 Luglio 2000 con Barbara Spinelli:

E perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? Il Medio Evo aveva un’umanità ben più ricca, e una pluri-identità che oggi può servire da modello. Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. Anche oggi, come allora, riemergono nelle nostre società i nomadi. Anche oggi abbiamo poteri senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani

(continua…)