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Forse ci serve un blog

Inizio questo blog per non disperdere la gran mole di informazioni acquisita in questi anni di studio e di osservazione della crisi italiana ed europea, che pare diventare sempre più irreversibile. Questo spazio vuole essere un quaderno di appunti da condividere e mettere a disposizione di tutti per avere una descrizione della realtà un po’ più coerente di quella proposta ogni giorno.

Spero sia utile. Grazie a voi per la lettura

Thomas Müntzer

L’Antidoto

Domande (ancora) senza risposta sul vaccino anti-SARS-Cov-2

Non scrivo da molto tempo, spero siate stati bene negli ultimi due anni e abbiate passato tutti un ottimo lockdown. Bando ai convenevoli. Il tema caldo di questi giorni è sicuramente la pozione magica per liberarci dal giogo della pandemia in corso: il vaccino.

Al momento in cui si scrive il Ministero della Salute italiano ha acquistato diverse centinaia di migliaia di dosi di vaccino anti-Covid19 prodotti dalle aziende: Pfizer-Biontech e da Moderna.

Il vaccino è stato sintetizzato e testato da queste due compagnie a tempo di record, tanto da far gridare il famoso virologo italiano Roberto Burioni al “miracolo” (scientifico s’intende).

Chi vi scrive cerca di avere nei confronti della scienza un approccio un po’meno dogmatico. Per questo volevo leggere insieme a voi tre articoli del British Medical Journal (non esattamente Topolino) che esprimono una critica motivata e circostanziata ai risultati presentati da Pfizer e Moderna, auspicando una pubblicazione completa dei dati e della procedura usata nella sperimentazione. Prima di entrare nel dettaglio però, è necessaria una piccola premessa.

Efficienza e ordini di grandezza

Entrambe le compagnie affermano che il vaccino da loro prodotto abbia un’efficacia di circa il 95%. L’efficacia del vaccino è definita sostanzialmente come rapporto tra l’incidenza della malattia Covid19 nei due gruppi (A e B) dell’esperimento. In un gruppo viene effettivamente somministrato ai pazienti il vaccino, nell’altro un placebo. Ai fini dell’analisi scientifica è importante che né i pazienti, né i medici siano a conoscenza del gruppo in cui si trovano.
Un evento viene identificato come Covid19 quando un soggetto presenta un tampone PCR positivo e presenta i sintomi della malattia, come definiti dalla FDA (Food and Drug Administration). Quindi, in formule:

Efficacia = 1 – (#Covidvaccino/#Totalevaccino) / (#Covidplacebo/#Totaleplacebo) [1]

Usando i numeri di Pfizer – quelli di Moderna sono molto simili – osserviamo che nel gruppo del vaccino hanno contratto il Covid 8 soggetti su 18198, mentre nel gruppo del placebo questo è successo in 162 casi su 18325.
Sostituendo nell’equazione [1] otteniamo:

Efficacia = 1 – (8/18198) / (162/18325) ≈ 1 – 0.05 = 0.95

La prima cosa da notare è che il numero 0.95 comunica un messaggio molto rassicurante. Il vaccino raggiunge il risultato con un efficacia vicina al 100%, alla perfezione. E i dati pubblicati dicono effettivamente questo. È importante però guardare anche le grandezze in termini assoluti. Ciò che ci interessa (dovrebbe interessare) è la riduzione assoluta del rischio di contrarre il Covid. Espressa in questi termini la performance del vaccino sembra leggermente meno esaltante.

Assumendo di non usare il vaccino il rischio di contrarre il covid è 162/18325: ovvero lo 0.9%. Con il vaccino questo rischio si riduce a 8/18325: lo 0.04%. Una riduzione certamente importante in termini relativi ma, in termini assoluti, minore dell’1%. Se vogliamo quantificare il rischio di finire in ospedale a causa del Covid19 qualora non facessimo il vaccino, dovremmo moltiplicare questo 0.9% per la frazione di malati Covid che vengono ricoverati. Dai dati più recenti forniti dalla protezione civile, ad oggi 12 gennaio 2021, abbiamo:

Totale attualmente positivi Covid19: 570040
Totale ospedalizzati: 26348

Possiamo stimare approssimativamente (senza nessuna stratificazione per età o profilo di rischio) la probabilità di finire in ospedale a causa del Covid19 in circa 26348/570040 ≈ 4.6%.
Essendo oggi sani, seduti nel salotto di casa nostra e assumendo di fare una vita simile agli individui nel gruppo di controllo della Pfizer la probabilità di finire in ospedale per complicazioni dovute al Covid19 è:

P(covid|no-vax) = 0.009 * 0.05 ≈ 0.05%

cinque volte su diecimila! Certo, se facessimo il vaccino sarebbe ancora inferiore, ma il vaccino è un farmaco e presenta – come tutti i farmaci – degli effetti collaterali, molto rari, ma con probabilità simile a quella di contrarre il Covid19 senza vaccino. Tanto per fare un esempio l’articolo della Pfizer quantifica nello 0.3%, 10 volte più alta di P(covid|no-vax), la probabilità del vaccino di causare una linfoadenopatia. Oltretutto essendo il vaccino Pfizer e Moderna basato su una tecnica mai sperimentata prima su larga scala, non si possono escludere effetti indesiderati ignoti a medio o lungo termine.

Il BMJ non crede ai miracoli

it’s hard to avoid the impression that sponsors are claiming victory and wrapping up their trials (Pfizer has already sent trial participants a letter discussing “crossing over” from placebo to vaccine), and the FDA will now be under enormous pressure to rapidly authorize the vaccines.

È difficile non notare che le aziende stanno cantando vittoria concludendo gli esperimenti. La Pfizer ha già inviato ai partecipanti dell’esperimento una lettera discutendo la possibilità di passare al vaccino per coloro i quali erano stati inclusi nel gruppo del placebo.
La FDA si troverà sotto l’enorme pressione di autorizzare il vaccino il più presto possibile.


P. Doshi 26 Novembre 2020

Vorrei discutere qui tre articoli del British Medical Journal a firma di Peter Doshi pubblicati tra Ottobre 2020 e Gennaio 2021:

Will covid-19 vaccines save lives? Current trials aren’t designed to tell us (21 Ottobre 2020) [A]

Pfizer and Moderna’s “95% effective” vaccines—let’s be cautious and first see the full data (26 Novembre 2020) [B]

Pfizer and Moderna’s “95% effective” vaccines—we need more details and the raw data (4 Gennaio 2021) [C]

Cercherò di analizzare le critiche per punti, procedendo nell’ordine cronologico degli articoli, seguendo quindi il processo di approvazione del vaccino da parte delle agenzie del farmaco man mano che sono stati pubblicati i risultati. Tutto quello che è scritto è una sintesi minimamente rielaborata del contenuto degli articoli, per le referenze precise e ulteriori dettagli si raccomanda di fare riferimento agli articoli originali.

I. Gli esperimenti non sono in grado di stabilire una riduzione del rischio di ricovero ospedaliero [A].

La ragione è che sono stati considerati eventi di Covid19 nei gruppi sperimentali tutti quei soggetti con tampone PCR positivi e sintomi anche solo lievi, come una tosse. Il motivo è nei numeri, l’insorgere di sintomi gravi causati dal Covid19 è molto improbabile (vedi eq. [2]) quindi esperimenti con 18mila soggetti in ogni gruppo non hanno il potere statistico per individuare eventi così rari. L’articolo cita le parole di Tal Zacks, Chief Medical Officer di Moderna (testo originale in corsivo e mia traduzione in grassetto):

Would I like to know that this prevents mortality? Sure, because I believe it does. I just don’t think it’s feasible within the timeframe [of the trial]—too many would die waiting for the results before we ever knew that.
Mi piacerebbe sapere se il vaccino riduce la mortalità? Certo, perché io credo che lo faccia. Penso solo che non sia fattibile nei limiti di tempo dell’esperimento, troppi morirebbero aspettando il risultato, prima che mai potremo saperlo.

II. Gli esperimenti non sono in grado di stabilire una riduzione della trasmissibilità del virus [A].

Sempre Zacks, conferma che non è possibile provare una riduzione della trasmissibilità:

[…] because in order to do that you have to swab people twice a week for very long periods, and that becomes operationally untenable. […] If you wanted to have an answer on an endpoint that happens at a frequency of one 10th or one fifth the frequency of the primary endpoint, you would need a trial that is either 5 or 10 times larger or you’d need a trial that is 5 or 10 times longer to collect those events. Neither of these, I think, are acceptable in the current public need for knowing expeditiously that a vaccine works. […] A 30 000 [participant] trial is already a fairly large trial. If you’re asking for a 300 000 trial then you need to talk to the people who are paying for it, because now you’re talking about not a $500m to $1bn trial, you’re talking about something 10 times the size. And I think the public purse and operational capabilities and capacities we have are rightly spent not betting the farm on one vaccine but, as Operation Warp Speed [the US government’s covid-19 vaccine plan] is trying to do, making sure that we’re funding several vaccines in parallel.
[…] perché per fare questo dovremmo fare tamponi ai soggetti due volte a settimana per un periodo molto lungo, e questo diventa impraticabile. Se si vuole avere una risposta su un evento con una frequenza di un decimo o di un quinto dell’evento principale ci sarebbe bisogno di un gruppo 5 o 10 volte più grande o un esperimento 5 o 10 volte più lungo nel tempo. Nessuna di queste due cose credo sia al momento accettabile per stabilire velocemente se un vaccino funzioni. Un esperimento di 30000 partecipanti è già piuttosto grande. Se ne vuoi uno da 300000 devi parlare con chi panga per questo, perché ora non stiamo parlando di un esperimento da 500 milioni o da 1 miliardo di dollari ma di qualcosa circa 10 volte più costoso. Io penso che i fondi pubblici e le capacità che abbiamo sono spese meglio se non scommettiamo tutto su un vaccino solo, ma come il governo degli Stati Uniti sta provando a fare, si cerca di dare fondi a più vaccini in parallelo.

III. Sicurezza e effetti collaterali [A].

La storia della medicina è piena di casi di effetti collaterali scatenati da vaccini rilasciati al pubblico in periodi di grande pressione e aspettativa da parte dell’opinione pubblica. Nel 1955 sono stati messi in commercio vaccini contaminati contro la poliomelite, ci sono stati casi di sindrome di Guillame-Barre a causa di vaccini anti-influenzali nel 1976 e casi di narcolessia collegati a un vaccino anti-influenzale nel 2009 [Box 2, articolo A]

IV. Non conosciamo l’efficacia del vaccino relativa alle categorie più a rischio (anziani fragili). [A].

Un vaccino che si è dimostrato essere efficace nella riduzione del rischio di contrarre la malattia in modo sintomatico, secondo l’opinione comune, dovrebbe ridurre in eguale proporzione la probabilità di eventi gravi come i ricoveri ospedalieri. Questa semplice assunzione tuttavia perde di significato se l’efficacia del vaccino non è uniforme per diverse categorie di individui. Se le persone anziane – che in media muoiono molto più spesso a causa del Covid19 o dell’influenza – e fragili non vengono incluse in numero sufficiente nell’esperimento, quest’ultimo non potrà dirci nulla circa la riduzione globale della mortalità da Covid19. Qualsiasi riduzione nel numero dei casi sulla totalità della popolazione, composta per lo più da adulti in salute, potrebbe non applicarsi alla frazione di popolazione di anziani fragili.
Lo stesso discorso vale per ragazzi al di sotto dei 18 anni che non sono stati inclusi in alcuni degli esperimenti, o membri di altre minoranze.

V. La performance del vaccino a 3, 6 o 12 mesi è ignota [B].

Per via dei tempi limitati dell’esperimento, non è stato possibile testare gli effetti del vaccino a 3, 6 o 12 mesi dalla seconda dose. Pertanto non è possibile comparare l’efficacia del vaccino anti-Covid con quelli contro l’influenza stagionale, che sono valutati sull’arco di un’intera annata.

VI. Dobbiamo ricevere garanzie dai dati che la natura dei gruppi sia rimasta ignota al personale clinico e al paziente [B].

Doshi lamenta il rischio che i soggetti inclusi nei gruppi dell’esperimento (e i medici loro assegnati) siano inavvertitamente venuti a conoscenza della natura del trattamento ricevuto. Dal momento che gli eventi da misurare sono in larga parte soggettivi (sintomi da Covid19) la conoscenza del gruppo dell’esperimento potrebbe aver causato un bias nella valutazione di eventi clinici simili. Le differenze tra effetti collaterali all’iniezione (documentate nei paper Pfizer e Moderna) possono aver consentito di intuire il gruppo dei soggetti in esame. In passato durante studi su vaccini anti-influenzali non è stato possibile mantenere segreta la natura dei gruppi. Apparentemente il famoso errore di dosaggio nell’esperimento del vaccino Oxford/Astrazeneca è stato notato solo grazie a effetti collaterali più lievi del previsto.
Gli studi mostrano che effetti collaterali locali all’iniezione sono significativamente più comuni nel caso del vaccino che in quello del placebo. Nelle prime fasi dell’esperimento Pfizer più di metà dei vaccinati lamentava mal di testa, brividi e dolori muscolari. Nelle fasi più avanzate dell’esperimento Moderna parla di un 9% di casi di mialgia e un 10% di affaticamento di grado 3. Un sintomo di grado 3 è considerato grave da impedire attività quotidiane, effetti più lievi sono ancora più probabili.
Dal momento che gli effetti collaterali del vaccino sono in molti casi (febbre, mal di testa) indistinguibili dai sintomi del Covid19 ci si aspetterebbe una significativamente quantità più alta di tamponi Covid19 effettuati nel gruppo del vaccino per distinguere le due ipotesi. Questo assumendo che tutti i soggetti con sintomi vengano testati per il Covid19. Tuttavia i protocolli di Pfizer e Moderna contengono indicazioni esplicite ai medici nell’esperimento di usare il proprio giudizio clinico per sottomettere i soggetti a tampone.
In questo scenario è di fondamentale importanza per non invalidare i risultati dell’esperimento che la natura del gruppo del soggetto in esame sia ignota al personale clinico.
I dati dei tamponi effettuati dopo la dose di vaccino non sono stati resi pubblici, e quindi questo quesito non può attualmente ricevere risposta.

VII. Uso di anti-piretici e anti-dolorifici dopo la seconda dose [B].

Sintomi da Covid19 possono essere soppressi assumendo farmaci anti-influenzali. Nel caso in cui i partecipanti del gruppo del vaccino abbiano assunto questi farmaci come profilassi, più a lungo o per più tempo rispetto al gruppo del placebo questo avrebbe potuto portare alla soppressione dei sintomi da Covid19 e quindi a un numero inferiore di casi nel gruppo del vaccino.
Dalla figura 2 dell’articolo di Pfizer, si vede che l’uso di questi farmaci varia tra il 38% e il 45% dopo la seconda dose del vaccino (a seconda del profilo di età) mentre nel gruppo del placebo è inferiore al 13%.
Ricordiamo che un caso da Covid19 viene definito da Pfizer secondi i criteri FDA in presenza di sintomi come tosse, febbre, mancanza di respiro, vomito, diarrea, perdita di gusto o olfatto. Eliminando questi sintomi, quindi, potrebbero essere eliminati dall’esperimento casi di Covid19 senza però sapere se questa riduzione sia dovuta al vaccino o agli anti-influenzali assunti dopo l’iniezione.

IIX. Casi “sospetti” di Covid19 [C].

Nel report della FDA sul vaccino Pfizer, oltre ai 170 casi confermati (8 nel vaccino e 162 nel placebo) di Covid19 anche di casi “sospetti”. Questi casi non sono stati confermati da un test PCR molecolare e sarebbero 1594 nel gruppo del vaccino vs. 1816 nel gruppo del placebo (409 vs. 287 considerando solo i casi insorti a più di una settimana dal vaccino)
Doshi sostiene che avendo questi casi un’incidenza 20 volte superiore a quelli confermati, non possono essere ignorati solo perché non ci sia un tampone PCR positivo. Considerando anche questi casi l’efficienza del vaccino scenderebbe al 29%, mentre la soglia minima per mettere in commercio un vaccino, definita dalla FDA, è il 50%.
Doshi sostiene che oltre alla possibilità di falsi negativi questi casi dovrebbero essere inclusi nel calcolo dell’efficacia del vaccino dal momento che l’eziologia non è rilevante dal punto di vista clinico e quello che veramente si vuole ridurre non sono i tamponi positivi ma i ricoveri ospedalieri. I dati riguardanti la frequenza dei ricoveri ospedalieri tra i casi “sospetti” di Covid19 non sono stati pubblicati da Pfizer. Addirittura questi casi non sono stati affatto menzionati nelle pubblicazioni dell’azienda ma solo nel report di approvazione della FDA. Non risultano informazioni simili riguardo il vaccino di Moderna.

IX. I 371 individui esclusi dall’analisi di Pfizer [C]

371 individui sono stati esclusi dal calcolo dell’efficienza del vaccino Pfizer a causa di importanti “deviazioni” dal protocollo durante un periodo di 7 giorni dopo aver ricevuto la seconda dose. Ciò che preoccupa è la sproporzione nella distribuzione di questi casi 311 nel vaccino vs. 60 nel placebo. Nel caso di Moderna i numeri sono, 12 nel vaccino e 24 nel placebo. Pfizer non spiega i dettagli del perché questi individui siano stati esclusi dall’analisi.

X. Membri della commissione giudicante i casi Covid [C]

I sintomi dei casi Covid19 nel calcolo dell’efficienza sono stati giudicati da apposite commissioni. I criteri di valutazione di queste commissioni non sono stati resi pubblici e non è dato sapere se fossero totalmente ignari del gruppo di appartenenza dei pazienti. Dal momento che un evento primario dovrebbe consistere in sintomi dichiarati dal paziente stesso non è chiaro in primo luogo perché queste commissioni siano state utilizzate.
Moderna ha nominato la propria commissione indipendente di quattro membri tra medici affiliati all’università.
Il report di Pfizer comunica che il lavoro è stato svolto da dipendenti dell’azienda stessa.

XI. Efficacia del vaccino tra coloro i quali hanno già contratto il Covid19 [C]

Dal momento che sempre più persone al mondo hanno contratto il Covid19 sarebbe importante conoscere l’efficacia del vaccino anche in questo sottogruppo. Il Center for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti, conclude che il vaccino Pfizer ha un efficacia superiore al 92% e nessuno specifico problema di sicurezza in persone con una precedente infezione da SARS-CoV-2.
Pfizer apparentemente riporta 8 casi di Covid19 sintomatici all’inizio dell’esperimento, 1 caso solo in Moderna.
Essendo attualmente documentati solo 33 casi di re-infezione al mondo, come è possibile che in un esperimento di decine di migliaia di casi ce ne siano 9? Come possono essere questi casi rappresentativi per un calcolo dell’efficacia come la CDC sembra aver confermato?

Conclusioni

Per garantire la trasparenza sarebbe importante che le compagnie produttrici del vaccino pubblichino integralmente i dati e le procedure usate negli esperimenti. Moderna e Pfizer si dicono disponibili a farlo su richiesta ma non prima del 2022.
In Italia ad oggi 13 Gennaio 2021 sono già state vaccinate 800,000 persone senza che ci sia nessuna risposta alle obiezioni descritte da Doshi, facilmente comprensibili da chiunque (come il sottoscritto) abbia una comprensione di base della statistica e del metodo sperimentale.
Alla luce di tutti questi quesiti irrisolti, e di tutti gli errori commessi nella gestione e nella lotta alla pandemia da parte di istituzioni nazionali e internazionali che avrebbero il dovere di tutelarci, vi sentite oggi sicuri in caso di vaccinazione contro il Covid19?













L’Europa difende i risparmi delle famiglie (e allora lo spread?)

In questi giorni, in Francia, alcune decine di migliaia di persone hanno protestato in maniera auto-organizzata in seguito all’aumento dei prezzi del carburante. La protesta coinvolge in larga misura persone che abitano in zone periferiche delle grandi città e non possono fare a meno di spostarsi in  macchina per andare a lavorare. Ciò che trovo più ipocrita della misura del governo francese è la giustificazione secondo cui bisogna disincentivare le persone dal prendere o comprare la macchina perché inquina. Credere alla giustificazione verde del provvedimento denota infatti una certa superficialità, per il semplice fatto che chi è obbligato a utilizzare la macchina, continuerà a prenderla se non viene potenziato il trasporto pubblico prima di tassare macchine e/o carburanti. L’unico effetto quindi sarà quello di impoverire queste persone senza alcun beneficio per l’ambiente. Sarà un effetto collaterale o è il vero fine del provvedimento? Per capirlo bisognerebbe tornare ai fondamentali…

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Invece di occuparci delle vicissitudini d’oltralpe vorremmo però affrontare tre storielle bizzarre che trovano molto spazio nei media nostrani e che meritano un po’ di attenzione:

1) l’innalzamento dello spread è dovuto alla perdita di fiducia dei mercati;

2) l’Europa garantisce i risparmi delle famiglie italiane;

3) un deficit eccessivo mette a rischio la stabilità dell’intera Eurozona.

Stando a queste storielle, il governo dovrebbe retrocedere sulle cifre della manovra e obbedire a Moscovici. Dovrebbe farlo

1) per riguadagnare la fiducia dei mercati e finanziare la sua spesa;

2) salvaguardare i risparmi;

3) non mettere in pericolo l’Eurozona,

nonostante il deficit presentato da Tria sia il più basso da Monti in poi e nonostante Francia e Spagna continuino a presentarne di più cospicui senza ricevere la stessa attenzione dai media locali né quella dei mercati (che siano correlate?). Vediamo allora come queste storielle cozzano con gli eventi, riportati in parte dai media stessi, che però senza un quadro d’insieme appaiono come verità monche.

Si fa un gran parlare della perdita di valore dei BTP dovuto all’innalzamento dello spread e di come questo abbia impoverito le famiglie italiane, sia in base al cosiddetto effetto povertà, sia al fatto che i rendimenti maggiori si trasformeranno in tasse ulteriori. Infatti, se lo spread si alza, il prezzo dei BTP diminuisce e dunque il valore dell’asset detenuto dal possessore di BTP diminuisce. Contemporaneamente i media mainstream non trascurano la debolezza delle banche italiane. Come sono collegati questi fatti? Come si collegano alle tre storielle di sopra?

Iniziamo col notare che le famiglie italiane non detengono che una frazione irrilevante del debito pubblico. Dunque questo effetto povertà non influisce tanto sulle famiglie in maniera diretta quanto sulle banche che, per ripianare i bilanci in perdita, penseranno bene di innalzare i tassi di interesse. La relazione di causalità tra aumento dei rendimenti e aumento dei mutui avviene in altre parole solo perché le banche italiane sono imbottite di titoli di stato. Questa debolezza ha cause approfondiremo in seguito.

Ciò che colpisce della narrazione mainstream non è dunque la tesi finale sostenuta, corretta, quanto l’idiosincrasia del raccontare questa storia insieme alla presunta protezione dei risparmi italiani operata dall’Europa. In quale altro stato del mondo il risultato delle elezioni porta ad un effetto cosi veloce sulla ricchezza delle famiglie?

Se c’è qualcosa che dovremmo concludere, dopo aver messo insieme i cocci presi dalla stampa, è che le istituzioni europee sono del tutto inefficaci nella protezione dei risparmi delle famiglie. Cosa è successo infatti ai rendimenti inglesi a seguito del terremoto politico della Brexit? E in Brasile a seguito dell’elezione di Bolsonaro? Nulla. E per quale motivo allora noi dovremmo pagare il prezzo di aver eletto Salvini o del reddito di cittadinanza? Semplice, perché sono inefficaci per scelta!

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rendimento dei titoli di stato inglesi a 10 anni. la barra verticale è messa in corrispondenza della data del referendum sulla Brexit, 23 giugno 2016.

L’impianto attuale, non prevedendo una banca centrale prestatrice di ultima istanza e garante quindi del debito degli stati dell’Eurozona, espone gli stati agli umori dei mercati come barchette in un mare in tempesta. Questa situazione è stata creata con l’obiettivo preciso di disciplinare gli stati membri, anche se formalmente la storia viene ammantata di stronzate quali moral hazard a cui sarebbero esposti quei paesi le cui banche centrali si comportassero appunto come la Bank of England o la Bank of Japan e cosi via. Moral hazard che stranamente non è stata considerata nell’unificare sotto l’euro economie lontane con tassi di interesse diversi e che ha tolto ai banchieri del nord la preoccupazione di eventuali svalutazioni permettendo loro di drogare le economie del sud Europa portando all’esplosione del debito privato di questi paesi.

La tempesta in cui si trova l’Italia oggi non è esogena al suo rapporto con l’UE ma viene esattamente dal ricatto sotto cui è tenuta a vivere in quanto paese-colonia privo di sovranità monetaria, come riportato da Standard&Poor’s a pagina 5 del documento in cui spiega la metodologia con cui esprime le sue valutazioni:

We determine a sovereign local-currency rating by applying up to usually no more than one notch of uplift over the foreign-currency rating. Sovereign local-currency ratings can be higher than sovereign foreign-currency ratings because local-currency creditworthiness may be supported by the unique powers that sovereigns possess within their own borders, including issuance of the local currency and regulatory control of the domestic financial system. When a sovereign is a member of a monetary union, and thus cedes monetary and exchange-rate policy to a common central bank, or when it uses the currency of another sovereign, the local-currency rating is, under our criteria, equal to the foreign-currency rating.

In altre parole ciò che i mercati prezzano è la non-solvibilità dell’Italia nella valuta in cui è emesso il suo debito, che potrebbe rivelarsi un problema nel caso in cui la tensione tra Roma e Bruxelles salisse a tal punto da spingere l’Italia fuori dall’Eurozona. Gli investitori quindi chiedono un interesse maggiore per coprirsi dal redenomination risk, ovvero il fatto che l’Italia possa uscire dall’unione monetaria e riconvertire il suo debito in nuova valuta.

A riprova di quanto detto, basta notare che lo spread si alza quando la tensione sale e scende quando il governo appare più docile. Ora cosa ha a che fare l’aumento dei nostri rendimenti con i fondamentali economici della nazione? Cosa ne sarebbe se l’Italia avesse una banca centrale indipendente o se la BCE operasse come la Bank of England? Lascio a voi la risposta.

Dedichiamoci all’ultima storiella. È vero che l’instabilità politica italiana mette a rischio la stabilità dell’Eurozona? Uno studio di qualche anno fa stranamente ignorato dai media nostrani analizza gli effetti della crisi greca sui tassi di interesse tedeschi. Ebbene il risultato dei ricercatori tedeschi è che a seguito dell’aumento prolungato dei rendimenti della Grecia (ma verrebbe da dire dei paesi periferici) i tedeschi hanno risparmiato 100 miliardi sui tassi di interesse sul loro debito tra il 2010 e il 2015. Come? Semplice. Fino a prima del voltafaccia di Tsipras del giugno 2015, la possibilità che la Grecia uscisse dall’eurozona era molto probabile. Per lo stesso meccanismo discusso sopra, questo spingeva i bond greci al rialzo. Quando i soldi fuggono da asset rischiosi, molto probabilmente si riversano su beni considerati sicuri, e quale altro bene era più stabile di un bel bond tedesco? Questo flusso di risorse ha spinto in basso i rendimenti tedeschi (ma verrebbe da dire dei paesi core) e ha permesso loro di stabilizzare ulteriormente le loro finanze pubbliche. Se crediamo alla tesi di questo studio tedesco, i  paesi ricchi non subiscono danni diretti per le intemperanze del governo italiano. Semmai il contagio si estende ai paesi periferici, a cui il mercato comincia a chiedere interessi più alti perché ne diventa probabile l’uscita dall’euro a seguito di un uscita dell’Italia, o della rottura disordinata dell’unione monetaria.

Se non fosse ancora chiara la fragilità delle politiche e delle istituzioni europee, veniamo alla fragilità delle banche italiane. Abbiamo detto che essa è causata dall’eccessiva esposizione nei confronti dei titoli di stato. Dobbiamo allora capire a cosa è dovuta questa esposizione eccessiva. Ricordate quando sette anni fa lo spread toccava quota 500 e l’Europa ci imponeva Mario Monti? In quei momenti, contemporaneamente, l’altro Mario (Draghi) lanciava l’operazione LTRO (long term refinancing operation) volto a stimolare il credito concedendo liquidità alle banche a un tasso di interesse prossimo a zero. In sofferenza a causa della crisi e delle misure pro-cicliche imposte da Bruxelles, cosa pensate che potessero fare le banche italiane per ripianare i loro bilanci? Hanno comprato titoli di stato lucrando sul ghiotto rendimento a costo zero.

Vi è venuta un po’ di nausea? Vi capisco, poi di questi tempi… se però la nausea dovesse raggiungere livelli insopportabili, basta consolarsi con la speranza che l’ipocrisia di questa classe dirigente finirà presto. A primavera ci sono le elezioni europee, dove si vota col proporzionale. Che l’establishment europeo ne esca indenne appare sempre più improbabile stando ai livelli di popolarità bassi di cui godono in patria Merkel e Macron, soprattutto comparati al sessanta per cento attuale di Lega e 5 Stelle. Le avvisaglie  ricevute da Monsieur le roi fanno ben sperare, come i messaggi affettuosi che Trump gli ha inviato qualche settimana fa. E se anche aveste poca speranza nella resistenza del popolo francese o nella pazienza del popolo italiano, potete confidare nella politica estera americana che in quanto a cambi di regime ha una certa dimestichezza.

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La sinistra annega nell’Aquarius

Questa volta ci lanciamo in un post di analisi politico-filosofica. Non portiamo numeri e grafici a sostegno della nostra tesi ma proveremo a motivare le nostre affermazioni con qualche buon suggerimento di lettura.

La sinistra, Italiana ed Europea, è allo sbando. Anzi, per usare le parole di Fassina (ottimo analista, timido politico) nel quadro attuale la sinistra è morta. Tanto quella liberale (il PD) quanto le varie formazioni “radicali”, prive di qualsiasi presa tra la gente e/o punto fermo ideologico.

La vicenda della nave Aquarius rappresenta l’ultimo psicodramma della sinistra che procede in direzione ostinata e contraria rispetto a quello che dovrebbe essere il suo popolo. Varie umanità “sinistre”, capeggiate da presunti intellettuali, si sono lanciate in considerazioni che coprono tutto lo spettro della cialtroneria dal disonesto (Saviano) all’imbarazzante (Albinati).

Dal punto di vista tattico, la scelta mi sembra anche logica. Da quarant’anni la sinistra ha sacrificato la difesa del lavoro sull’altare del mercatismo global-€uropeista. La base sociale si è quindi svuotata di operai e riempita di esponenti di classe medio/alta con pretese intellettualoidi. I temi fondamentali sono diventati quelli di un grande partito radicale: le libertà:

– Libertà di comprare ciò che si vuole (figli compresi)
– Libertà di unirsi con chi si vuole
– Libertà di drogarsi come si vuole
– etc.

È del tutto naturale quindi che il mondo della sinistra come un sol uomo si sia scagliato contro il Ministro dell’Interno. Reo, non di aver messo in pericolo i naufraghi soccorsi dall’Acquarius con l’aiuto della Marina Italiana (nessuno a bordo ha mai rischiato nulla), ma di aver limitato la libertà dei migranti di scappare dalla guerra (!?) e sbarcare in Italia.

Mi sta benissimo. Quello che i sinistri si rifiutano di capire però, è che il liberalismo dei costumi è filosoficamente propedeutico al liberalismo economico. Sostenendo la libertà di chiunque di andare dove gli pare nel mondo è difficile opporsi alla libera pretesa dei padroni di pagare i lavoratori 4 euro l’ora. O forse questo a sinistra lo si sa benissimo?

Ma torniamo alla nave Acquarius e proviamo a analizzare il tema migratorio da un punto di vista marxiano. In quest’ottica destra e sinistra sono semplicemente due categorie borghesi, che si differenziano solo per un diverso atteggiamento rispetto alla sovrastruttura dei rapporti di classe. Entrambe sono quindi un nemico da sconfiggere per il raggiungimento della società socialista internazionale.

Questo per quanto riguarda la strategia e l’obiettivo finale. D’altra parte qualsiasi risposta marxiana a un problema concreto non può che tenere conto della prassi dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. In particolare un vero marxiano sosterrà tatticamente, ma senza indugi, qualsiasi azione concreta possa arrecare danno all’architettura del capitalismo liberista imperante.

Alla luce di tutto questo, non può esserci alcun dubbio riguardo la posizione da prendere nella dialettica Salvini vs. Aquarius-ONG. Al netto delle reazioni isterico/scomposte della sinistra (anche e soprattutto radicale), il vero marxista sa benissimo come interpretare il fenomeno migratorio.

L’immigrazione è un mero strumento del capitale. Serve a spezzare il fronte dei lavoratori creando un esercito industriale di riserva disposto a sostituire i lavoratori attuali a condizioni contrattuali peggiori.

Chiarissima in questo senso è la lettera di Marx a Meyer e Vogt del 1870 riguardo i rapporti tra Irlanda e Inghilterra:

Per quanto riguarda la borghesia inglese questa ha in primo luogo in comune con l’aristocrazia inglese l’interesse a trasformare l’Irlanda in pura e semplice terra da pascolo che fornisce carne e lana ai prezzi più bassi possibili per il mercato inglese. Essa ha lo stesso interesse a ridurre la popolazione irlandese al minimo mediante esproprio e emigrazione forzata; in modo che il capitale inglese possa funzionare in questo paese con sicurezza. 

Ma la borghesia inglese ha interessi ancora più notevoli nell’attuale economia irlandese. Attraverso la continua e crescente concentrazione dei contratti di affitto l’Irlanda fornisce il suo sovrappiù al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.

E ora la cosa più importante! In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il suo tenore di vita. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su se stesso. L’operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i bianchi poveri verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese lo ripaga con la stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.

Sostituite pure l’Irlanda con un qualsiasi paese africano e la borghesia inglese con la borghesia transnazionale cosmopolita contemporanea e avrete una fotografia fedele dei rapporti tra Africa e mondo occidentale.

La migrazione è quindi al tempo stesso:

  1. un prodotto dell’oppressione predatoria del capitale verso determinate regioni del mondo.
  2. un mezzo per spezzare il fronte internazionale dei lavoratori mettendo gli uni contro gli altri.

Ora, aristotelicamente, chi vuole i mezzi per ottenere una cosa e le conseguenze di questa qual cosa vuole anche la cosa stessa. Se voglio la bomba atomica e il fall-out radioattivo, ne consegue che voglio anche il bombardamento di Hiroshima. Fuor di metafora, chi oggi appoggia il fenomeno migratorio (per di più gestito da ONG che rispondono a interessi privati) appoggia il capitale. È quindi un nemico del lavoro.

Punto.

Non c’è molto altro da aggiungere. Se non una carrellata di interventi anti-immigrazione da parte di personaggi insospettabili (per il sinistro medio). Enjoy!

  1. Georges Marchais, segretario del Partito Comunista Francese dal 1972 al 1994 si scaglia contro l’immigrazione clandestina e regolare.
  2. Gyula Thürmer, segretario del Partito dei lavoratori Ungheresi dal 1989 (il partito comunista lì non si può più chiamare comunista per legge) si esprime a favore delle politiche di Orban.
    https://youtu.be/LwsYSLSVF58

  3. Ha-Joon Chang economista keynesiano, nel suo libro “23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo“, si esprime così:

    I salari nei paesi industrializzati sono determinati più dal controllo sull’immigrazione che da qualunque altra cosa, inclusa qualsiasi legge sul salario minimo

    qui un estratto del libro.

    Addendum del 19/06/2018

  4. Jeremy Corbyn, segretario del partito Laburista inglese dal 2015, personaggio che personalmente non amo e che trovo ambiguo, ma certamente non il prototipo del fascio-leghista-razzista:
    https://www.newstatesman.com/politics/staggers/2017/07/jeremy-corbyn-wholesale-eu-immigration-has-destroyed-conditions-british

Sono sicuro ci siano molti altri esempi.

La sinistra è annegata nell’Aquarius. Per fortuna noi abbiamo un salvagente marxista che può evitarci di fare la stessa fine. Non ci resta che tumulare la fetida carcassa e adoperarci per la nascita di una nuova forza politica in grado di difendere gli interessi del lavoro senza pregiudizi identitari che fanno esclusivamente il gioco del capitale.

 

Super Mario TARGET2 – terza parte “Il ripassino della crisi”

Continuiamo il lungo post sui saldi Target2 iniziato già diverso tempo fa. Le puntate precedenti sono qui e qui.

Abbiamo visto che l’eurozona è un unione monetaria ibrida. Quando un italiano compra un bene estero si crea un passivo Target2 per la Banca d’Italia e un attivo Target2 per la banca centrale del paese produttore (tipicamente la Germania). Tutto il processo avviene in maniera automatica. L’unico vincolo è che la banca privata del compratore sia in grado di mantenere l’1% di capitale di riserva frazionaria (vedere qui).

Se il mercato interbancario è fluido il sistema Target2 permette – e ha permesso – ai paesi della periferia dell’eurozona di acquistare ad libitum prodotti dei paesi core, in particolare, chevvelodicoaffà, beni tedeschi.
Il deflusso di capitali dalle banche della periferia (soprattutto Greche e Spagnole) è stato compensato nel periodo 2001-2009, da prestiti dalle banche tedesche e francesi.
In assenza del cambio fisso assicurato dall’euro un persistente indebitamento del paese periferico avrebbe naturalmente spinto verso il basso la sua valuta e avrebbe limitato sia l’accesso al credito delle sue banche, sia la sua capacita di importare beni esteri.
La Grecia sarebbe stata in grado di importare nella misura in cui fosse stata in grado di esportare, mantenendo così la sua bilancia dei pagamenti tendenzialmente in pareggio.

Quello che invece è successo lo sanno ormai anche i sassi. Le banche tedesche e francesi si sono esposte circa 150 miliardi di euro solo verso le banche greche finanziando lo sbilancio di partite correnti dei paesi del Sud verso i paesi del Nord (vedere qui). I capitalisti tedeschi hanno quindi guadagnato due volte dall’introduzione dell’euro:

  • espandendo i loro mercati di sbocco
  • lucrando sui maggiori tassi di interesse disponibili facendo credito ai paesi periferici.

Analizzandolo in questo modo tutta l’impalcatura dell’euro appare come quello che effettivamente è: una gigantesca bolla finanziaria istituzionalizzata. Finché la bolla si è gonfiata, il marcio non era immediatamente visibile, quindi:

  1. le banche del sud disponendo di credito virtualmente illimitato hanno creato moneta per finanziare l’indebitamento di famiglie e imprese, che razionalmente hanno approfittato della drastica riduzione dei tassi di interesse. Si è assistito a un impressionante aumento del debito privato. In queste slides di Vitor Constancio vice-presidente della BCE, potete apprezzare le dimensioni del fenomeno.
  2. l’indebitamento del settore privato dei paesi del Sud è stato più che favorito dalle banche del Nord che hanno potuto lucrare sul differenziale di tasso di interesse nei confronti della Grecia, della Spagna o dell’Irlanda.
  3. Il tutto è avvenuto con l’assoluto benestare della BCE che ha fatto fatto finta di niente dando per scontato che la fiducia all’interno mercato interbancario sarebbe durata per sempre, indipendentemente dai livelli di indebitamento.

In questo modo le passività Target2 dei paesi del Sud sono state quasi perfettamente pareggiate dai prestiti delle banche del Nord, lo possiamo vedere bene nel grafico sotto:

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Figura 1.: Saldi Target2 dal 2001 a 2008

Fino al 2008 i disavanzi Target2 si sono mantenuti all’interno di un livelli piuttosto modesti (uno scherzo rispetto alla situazione attuale). Il gioco  è andato avanti fino alla grande recessione del 2008-2009 arrivata dagli Stati Uniti.
A seguito della crisi, le banche del Nord, pesantemente esposte sul mercato americano, hanno iniziato a preoccuparsi dei crediti troppo generosamente elargiti in Europa, del loro effettivo valore reale e della concreta possibilità di rientrare dall’ “investimento”.
Tanto per cominciare il mercato interbancario europeo si è rotto. Le banche dei paesi del Nord hanno smesso di finanziare le banche dei paesi del Sud (e quindi il loro disavanzo commerciale) preferendo mantenere eventuali eccedenze depositate presso la BCE. Questo atteggiamento ha creato una spirale di sfiducia sempre maggiore dal momento che, mancando il finanziamento del centro era chiaro che la periferia dell’eurozona non sarebbe mai e poi mai rientrare di tutto il debito accumulato. In questo clima di sfiducia quel genio di Trichet (presidente della BCE prima di Draghi) non ha trovato di meglio da fare che alzare il tasso di interesse. Un folle totale.

La deflagrazione del sistema (con conseguenti perdite delle banche del Nord) è stata evitata dal nostro Mario Draghi e dalla BCE, che ha iniziato a rifinanziare le banche dei paesi in deficit prestando loro denaro in cambio di titoli di stato dei loro paesi. Lo si vede immediatamente osservando l’espansione del bilancio della BCE a partire dal 2008, in figura qui sotto.

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Figura 2.: Bilancio della Banca Centrale Europea dal 1999 al 2016

Dal grafico si notano in particolare le voci:

  • prestiti a istituti di credito dell’area euro (banda celeste)
  • acquisto di titoli dell’area euro pubblici e privati (banda viola)

che iniziano a crescere significativamente dopo il 2007-2008.

Il comportamento della Banca Centrale Europea ha mantenuto insieme i cocci dell’euro-sistema mentre i saldi Target2 hanno cominciato a divergere, come si vede nella figura successiva:

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Figura 3.: Saldi Target2 dal 2001 al 2013

La situazione inizia a precipitare dal secondo trimestre del 2011, quando appare chiaro che il livello dell’indebitamento delle economie del Sud (Spagna, Grecia e Irlanda su tutte) è spropositato e che per i rispettivi paesi sarebbe impossibile rifinanziarle.

Certo Spagna, Grecia e Irlanda avrebbero potuto salvare le loro banche in moneta sovrana (stampando pesetas, drachme o sterline irlandesi). Questo però avrebbe messo la parola fine sull’esperimento dell’euro e avrebbe comportato pesanti perdite in conto capitale per i creditori. Le banche tedesche e francesi infatti, a seguito della svalutazione delle valute nazionali dei paesi in deficit rispetto all’euro avrebbero perso dal 30 al 50% dei loro crediti. Ben gli sarebbe stato, vista l’allegria con cui hanno prestato i loro soldi.

Il rischio di rottura dell’eurozona si è diffuso ben presto anche i titoli di stato dei paesi del Sud, Italia compresa, nonostante la situazione delle nostre banche fosse all’epoca la più solida in Europa. Tanto è vero che il governo italiano non dovette spendere pressoché nulla per salvare le banche mentre la Germania pagò l’8% del Pil, 248 miliardi per sostenere i suoi istituti di credito. Questa differenza di trattamento oggi mette le banche italiane in una posizione di grande difficoltà rispetto alle banche concorrenti che hanno goduto di tali e tanti aiuti di Stato, ma questa è un’altra, non meno preoccupante, storia.

Gli interessi sul debito sovrano di Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo iniziarono ad aumentare vertiginosamente rispetto ai bund tedeschi (ricordate quando ai TG non si parlava altro che di spread?). I titoli di stato tedeschi venivano giustamente visti come un bene rifugio dal momento che una rottura dell’eurozona avrebbe comportato la ri-denominazione dei titoli in marchi e una conseguente rivalutazione (per via del cronico elefantiaco surplus commerciale tedesco). La crisi ha quindi permesso al governo tedesco tra le altre cose di finanziarsi a tassi di interesse negativi per molti mesi ben prima degli altri.

Il finanziamento da parte della BCE dei disavanzi privati delle banche del Sud non avvenne gratis, ma al prezzo di sanguinose politiche di austerità.

L’esplosione della disoccupazione e della povertà e della miseria (e in molti casi della morte) nel Sud europa è stato il riscatto che i capitalisti tedeschi hanno chiesto per avere indietro i loro soldi, prestati in modo scriteriato per comprare i loro prodotti che non potevano essere venduti in Germania perché per anni, loro, non hanno fatto altro che comprimere i salari dei loro operai.

Capirete bene che in quest’unione monetaria c’è qualcosa che non va.

P.s.: non vorrei sembrare troppo cattivo con la Germania e dimenticare la Francia (le cui banche erano le più esposte in Grecia) che da anni esprime il presidente del Fondo Monetario Internazionale. Un’altra organizzazione che ha dato grande prova di se negli anni della crisi (qui un esempio).

La cosa paradossale qui rimane l’atteggiamento dell’Italia. Posso capire la Grecia che essendo fisicamente impossibilitata a ripianare i debiti delle sue banche e avendo un apparato produttivo misero si affida alla Troika. Il comportamento rimane criminale nei confronti della popolazione ma posso afferrarne il filo logico.

Per quale motivo invece una nazione grande come l’Italia, con un’apparato industriale tra i primi 10-15 al mondo, con un sistema bancario in salute, decide di distruggere il reddito della sua popolazione per tutelare il valore di crediti inesigibili contratti da altri? 

Se avessimo avuto lo straccio di uno statista avremmo potuto negoziare da una posizione di assoluta forza lo smantellamento ordinato di un’unione monetaria che non aveva fatto altro che danneggiare le nostre industrie.

Hanno deciso di distruggere la domanda interna. Aggiungendo la beffa di versare 58 miliardi di euro di denaro pubblico per un fondo salva stati che è servito solo a salvare le banche tedesche e francesi. E la Fornero piangeva.

Oggi si ri-presentano con le stesse ricette.

Non dimenticatelo!

Tranquilli ci pensa Mario

Il deflusso di capitali dai paesi del Sud, si è arrestato e la rotta è stata parzialmente invertita dopo il famoso discorso del whatever it takes. In quella conferenza stampa di Luglio 2012 Mario Draghi (a riforme fatte) fece capire ai mercati che la BCE sarebbe stata disposta a tutto pur di tenere unita la zona-euro. Gli effetti di furono immediatamente riscontrabili sia sullo spread che sui saldi Target2, come vediamo qui sotto:

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Figura 4: Saldi Target2 dal 2007 a oggi.

Finalmente arriviamo ai nostri giorni. Come probabilmente tutti già sapete nel Gennaio 2015 il presidente della BCE ha annunciato l’avvio del Quantitative Easing (QE). Su wikipedia il QE viene definito come uno strumento di politica monetaria non convenzionale, in realtà non è altro che l’acquisto da parte della BCE di titoli pubblici (e anche privati).

Per non rischiare di fare del bene a qualcuno che non sia una banca questi acquisti non avvengono direttamente sul mercato primario ma solo su quello secondario. Draghi insomma non compra titoli pubblici dagli Stati fornendo loro denaro per costruire scuole, ospedali o creare posti di lavoro. No. Questo è proibito dai trattati e sarebbe al di fuori del mandato della BCE (non sia mai). I titoli di stato vengono acquistati da investitori privati e da banche.

L’idea di Draghi e degli amici liberisti è che la liquidità in eccesso regalata alle banche sarà poi reinvestita nell’economia reale portando crescita e INFLAZIONE (ma non era un problema ?!). Economia del trickle-down.

ll Quantitative easing è arrivato anche nell’Eurozona. La Bce ha deciso infatti di lanciare un piano di acquisti di titoli pubblici da 60 miliardi di euro al mese, che partirà il prossimo marzo e proseguirà «almeno fino a settembre 2016» e comunque fino a quando l’inflazione si riporterà a livelli ritenuti coerenti con i suoi obiettivi (cioè vicino al 2%). Il piano, complessivamente, prevede dunque acquisti per 1140 miliardi nell’arco di 19 mesi.

da Il sole 24 ore (22 gennaio 2015)

La solita idea vetusta per cui un risparmio genera necessariamente un investimento. Cioè un’altra versione della sputtanatissima legge di Say secondo cui è l’offerta a creare naturalmente la propria domanda. Una stupidaggine mai vista empiricamente e smontata già teoricamente da Keynes 90 anni fa, ma che va ancora molto di moda negli ambienti liberisti.

Inutile a dirsi, ma il bazooka di Draghi ha fatto cilecca. La crescita non si è vista, l’inflazione europea rimane in media, lontana dal 2% per di più con le solite storuture di un unione monetaria scriteriata. Tedeschi e olandesi sono in fibrillazione perché secondo loro l’inflazione è troppo alta e erode i loro crediti (povere stelle) mentre i paesi che avrebbero più bisogno di allegerire sono in deflazione, o quasi.

Il fatto che il QE sia stato sostanzialmente inutile dal punto di vista dell’uomo comune non vuol dire però che non abbia avuto conseguenze dal punto di vista economico/finanziario. Del resto quando immetti 2000 miliardi di euro nel sistema qualcosa dovrà pur succedere.

1. L’euro di circa 20%

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Figura 5.: Tasso di cambio Euro/Dollaro dal 2013 al 2018

Vi siete accordi di qualcosa voi? State bene? Si, ottimo, quindi vuol dire che le svalutazioni non sono poi così drammatiche. Ad ogni modo anche se voi della svalutazione dell’euro non ve ne siete accorti se ne sono accorti a Washington. Dice che da quelle parti si sono un attimino rotti i coglioni di stampare dollari per finanziare le esportazioni di un’area del mondo che con un surplus commerciale di centinaia di miliardi di dollari (di cui il 90% sono della Germania) gioca al ribasso sul cambio tirando giù l’economia mondiale. Tutti tutti i torti non ce l’hanno. A Berlino sanno bene di giocare sporco e provano a truccare un po’ i conti, in perfetto stile germanico.

2. Ha incoraggiato una preoccupante fuga di capitali dall’Italia

Il fatto che chiunque abbia due lire in tasca le porti via dall’Italia è un fatto che va avanti almeno dal 2011 e che si vede plasticamente dai saldi Target2. Così come quando si compra un bene prodotto all’estero, anche quando si spostano soldi dall’Italia all’estero, comprando uno strumento finanziario o accendendo un conto corrente all’estero, si crea un disavanzo Target2.

Dalla Figura 4 si vede plasticamente che l’inizio del Quantitative Easing è coinciso con un graduale e costante peggioramento del saldo Target2 italiano. Il fenomeno è stato talmente macroscopico da richiedere una giustificazione ufficiale da parte di Draghi e della BCE.

La spiegazione (poco convincente e cervellotica) sarebbe che la Banca d’Italia (con i soldi del QE della BCE) abbia ri-comprato titoli pubblici italiani su piazze estere intra-eurozona (es. Francoforte o Amsterdam) detenuti da investitori extra-eurozona che si servivano di intermediari finanziari tedeschi,olandesi o lussemburghesi. Questo avrebbe meccanicamente creato un avanzo Target2 per il paese del nucleo dell’eurozona sede dell’intermediazione finanziaria e un corrispondente disavanzo per l’Italia. Nulla di tutto questo sarebbe collegato con un deterioramento della fiducia nei confronti dell’economia italiana. Siete convinti voi? Io no, sinceramente mi sembrano più semplici e convincenti le spiegazioni di Dor e Minenna: il paese sta andando a picco se non voglio perdere tutto o quasi, sposto il mio capitale all’estero.

Conclusioni

Direi che ho parlato troppo e probabilmente in modo caotico. Lascio il gentile lettore con 4 domande

  1. Se vogliamo continuare a raccontarci di avere un’unione monetaria che durerà per sempre perché manteniamo una contabilità nazionale dei flussi finanziari che escono e che entrano da ogni paese?
  2. Quanto ancora gli Stati Uniti potranno tollerare la bolla finanziaria generata dalla continua svalutazione della moneta dell’area del mondo con il più alto surplus commerciale?
  3. Come si può dire che un ritorno alla lira causerebbe una devastante fuga di capitali se questo è già successo e sta succedendo ORA nell’euro
  4. Come è possibile che chi ha svenduto il paese nel 2011 sieda ancora in Parlamento e possa addirittura ricandidarsi alle prossime elezioni?

La più iniqua delle tasse

Condivido con voi l’amabile conversazione che ho avuto stamane. Tutto è partito da questo tweet di una (tra le poche rimaste) sostenitrice del PD.

Enrica sosteneva che, negli anni bui della sovranità monetaria, la lira era solita dimezzare il suo valore da un giorno all altro.

Ora non è ben chiaro cosa volesse intendere la nostra amica piddina, con dimezzamento di valore da un giorno all’altro:

  • rispetto all’estero (quindi svalutazione del 50% rispetto a una valuta estera X)
  • rispetto ai beni nazionali (quindi inflazione del 50%).

Una panzana colossale in entrambi i casi, visto che fenomeni del genere non si sono mai osservati se non per paesi con problemi diversi dai nostri, tipo lo Zimbabwe. I dati ci sono, ognuno può andarseli a guardare ma la tesi è sempre quella:

L’euro ci protegge, perché quando non c’era Lui (l’euro) l’inflazione – la più iniqua delle tasse perché colpisce allo stesso modo la vecchietta e il miliardario – se magnava tutti li risparmi.

Per divertirmi un po’ ho sollecitato sull’argomento Paolo Attivissimo, uno degli esperti che collaborano  con la presidenza della Camera per la lotta alle temibili fakenews. Diversi di voi ne avranno sentito parlare.

Subito è arrivata la risposta di un altro utente che ha tirato fuori un evergreen: “a rata der mutuo

Toni da tregenda per ricordare come in quel periodo sfortunato la banca ti chiamava per comunicarti che il tasso di interesse nominale del tuo mutuo era raddoppiato.
Una bella seccatura, siamo d’accordo, ma la prima cosa che dovrebbe un po’ insospettire è che nonostante la rinomata rapacità delle banche, molte delle nostre famiglie hanno una o più case comprate proprio in quegli anni. Oggi invece nonostante i mutui abbiano tassi bassissimi (2% contro il 15% di cui parlava l’amico) le persone non possono neanche pensare di comprarsela una casa.

Ma allora dov’è l’inghippo? Innanzitutto parlare di tasso nominale non ha molto senso. Se il tasso del tuo mutuo è al 15% ma i prezzi salgono del 20% il tuo tasso in termini reali è negativo: -5%. L’inflazione abbassa il valore del denaro quindi favorisce il debitore che può saldare il suo debito con denaro che vale meno rispetto a quando il debito è stato contratto.

Effettivamente tra il 1973 e il 1980 l’inflazione in Italia è stata piuttosto alta rispetto agli standard attuali. Ecco il grafico, i dati sono presi dal database OCSE

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La ragione principale di questo improvviso e prolungato aumento dei prezzi al consumo però non fu la fantomatica svalutazione competitiva della liretta ma l’aumento del prezzo delle materie prime, petrolio in primis, prima nel 1973, poi di nuovo nel 1979. I paesi produttori di petrolio iniziarono a domandare una fetta più grande dei profitti del mondo occidentale e questo si tradusse in un brusco aumento dei prezzi.

E con questo abbiamo sistemato la sciocca e falsa equazione “sovranità monetaria = inflazione”. Ma l’inflazione intorno al 20% fu, di per se, una mazzata per i lavoratori come il nostro debunker ci tiene a farci sapere?

Bè, sicuramente possiamo dire che anche se i prezzi in quel periodo aumentavano molto, i salari aumentavano di più. Sempre dal database OCSE

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Se avete un parente (non completamente ottuso dalla propaganda) che ha vissuto quegli anni potete chiedere a lui se è stato meglio avere inflazione al 20% e salari che crescono al 24% o inflazione all’1% e salari che scendono del 3%. Come è successo prima a causa della crisi del 2009 e poi a causa del senatore Monti nel 2012.

Per smontare definitivamente la teoria della mazzata (ipse dixit), possiamo dare un’occhiata alla serie storica del risparmio privato. Se veramente l’inflazione (che non dipende dai vizi italici e dalla svalutazione della liretta) è una mazzata per il risparmiatore dovremmo osservare nei dati una diminuzione della frazione di reddito risparmiato in corrispondenza dei periodi di alta inflazione. È così? L’OCSE la pensa in modo leggermente diverso.

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Conclusioni

  1. Gli anni ’70 e’80 – il periodo della storia italiana dipinto dall’opinionista mainstream e dagli ottusi benpensanti come l’inferno dei risparmiatori – sono stati gli anni in cui le famiglie italiane sono riuscite a risparmiare la frazione più alta del loro reddito.
  2. Negli stessi anni nonostante l’inflazione fosse alta (a causa non del “familismo amorale” ma di rialzi del prezzo del petrolio) i salari sono cresciuti sistematicamente più dei prezzi. I salari sono cresciuti in termini reali.
  3. Da quando l’inflazione si è abbassata (il famoso dividendo dell’euro) i salari hanno iniziato a crescere sempre meno e ultimamente sono cresciuti anche meno dell’inflazione. Possiamo vederlo calcolando la crescita complessiva dei salari e dei prezzi per i 5 quasi decenni dal 1970 a oggi:

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I dati smentiscono categoricamente la favola che dipinge l’inflazione come un flagello per il lavoratore/risparmiatore che vede i sudati risparmi erodersi davanti ai suoi occhi.

Ma allora perché i media si ostinano a ripeterci che stavamo peggio quando stavamo meglio? E perché persone che quegli anni li hanno vissuti avallano e sposano questa narrazione menzognera? E perché le persone che non hanno vissuto quegli anni si fanno abbindolare così facilmente?

Mi permetto di avanzare un’ipotesi, non originale:

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.

George Orwell – 1984

Super Mario TARGET2 – seconda parte

Finalmente ho deciso di proseguire il post lasciato a metà mesi fa sul governatore della BCE e il ruolo che svolge nell’architettura dell’eurozona.

Ricorderete forse queste criptiche dichiarazioni di Mario Draghi risalenti ormai a Gennaio scorso. Infastidito dall’onda montante di populismo in Italia il nostro si era lasciato andare a quello che sembrava più un avvertimento mafioso che la dichiarazione di un banchiere centrale.

Se l’Italia vuole uscire dall’euro deve saldare le passività verso la BCE, che all’epoca ammontavano a circa 358 miliardi di euro. Niente più sogno Europeo quindi, solo una fattura da pagare di circa 6000 euro a testa, poi amici come prima. Ma da dove viene spunta fuori il debito di cui parla Draghi? Perché non lo cita mai nessuno?

Per spiegarlo dobbiamo spendere due parole sul sistema di pagamenti interbancari dell’eurozona, il Target2.

Per una trattazione più dettagliata e rigorosa del problema si rimanda a quest’ottimo articolo di Sergio Cesaratto.

Cara, ti da fastidio se quando pago la cena me lo segno?

Il Target2 è un sistema informatico che serve a regolare in tempo reale le transazioni monetarie e finanziarie tra i paesi dell’eurozona. Se andate a fare la spesa alla Lidl, (il supermercato non potete più permettervelo), il denaro passa dalla vostra banca al conto di Lidl Stiftung & Co. Dei soldi dall’Italia prendono la via della Germania.

Se qualcuno nel 2017 continua a dirvi che la Germania è la locomotiva d’Europa, per favore rispondetegli con un rutto. La Germania ha un surplus di 90 miliardi di euro verso i paesi dell’Eurozona e di 50 miliardi verso la Gran Bretagna, cioè drena denaro da tutti questi paesi. Una locomotiva è un oggetto che traina consumando carburante, non che consuma il carburante degli altri. 

Lo spostamento di questa somma di denaro da un conto corrente italiano a uno tedesco crea una passività nel saldo Target2 dell’Italia e una corrispondente attività nel saldo della Germania. Per spiegare come questo avvenga però dobbiamo brevemente spiegare come funziona una banca privata.

 

1. Come funziona una banca

Cerchiamo di farla molto semplice:
Le banche private raccolgono soldi dai correntisti e quindi li prestano lucrando sulla differenza tra il tasso di interesse garantito ai conti correnti e quello richiesto per i prestiti.

Le banche sono autorizzate a prestare tutto il capitale che raccolgono eccetto una piccola parte, detta riserva frazionaria, che attualmente nell’area euro, per i conti correnti, è pari all’1%. Se una banca raccoglie 100 dai depositi è obbligata a mantenere almeno 1 sul conto (detto conto di riserva) che ogni banca possiede presso la banca centrale del suo paese. Le banche centrali dei paesi dell’eurozona sono di fatto succursali della BCE e insieme formano l’Eurosistema. La banca centrale corrisponde, per il deposito sul conto di riserva, un tasso di interesse sulla parte di capitale eccedente la riserva frazionaria. Attualmente il tasso di interesse è negativo (-0.10%) ma questo comunque non basta a far ripartire gli investimenti verso l’economia reale.

Che spettacolo eh? Siamo in una classica trappola della liquidità (prevista e descritta da Keynes quasi 100 anni fa) la Banca centrale pur portando sottozero i tassi di interesse e comprando vagonate di titoli di stato non riesce a far ripartire gli investimenti perché non c’è abbastanza domanda. E che fa la BCE (indipendente) ogni volta che parla ai governi? Chiede più riforme, cioè più  austerità, cioè meno soldi che girano, cioè meno domanda!

Lo strumento della riserva frazionaria serve sostanzialmente a limitare la creazione di moneta da parte delle banche private. Quest’ultime infatti creano a tutti gli effetti moneta dal nulla quasi come fa una banca centrale. L’unica differenza è che le banche private possono moltiplicare solo la moneta già in circolo e non immetterne altra. Il discorso è sostanzialmente analogo a quello del moltiplicatore keynesiano. Lo rispieghiamo brevemente qui nel caso ultra-semplificato in cui esita una sola banca privata, chi già sa dove si va a parare può saltare il paragrafo a piè pari.

2. Il moltiplicatore monetario

Supponiamo che la banca centrale, BC, emetta 100 unità di moneta. Questa moneta arriva al circuito privato e viene depositata nella banca privata B. Di 100 raccolti B può prestarne 99. La quantità di moneta circolante è diventata a tutti gli effetti 199. Chi ha depositato i 100 iniziali può effettuare pagamenti e chi ha ricevuto, supponiamo, un prestito da 99 può immediatamente usare il denaro per comprare beni o servizi.

Se la banca privata è una sola i 99 erogati in prestito torneranno a B sotto forma di nuovi depositi. Dopo un po’ quindi B si ritroverà sul conto i 100 iniziali ma a fronte di depositi (passività) per 199. Questa volta quindi potrà prestare solo 100 - 199 \times (1-r) dove r è il coefficiente di riserva frazionaria.

Il processo può continuare all’infinito ma il totale di moneta messa in circolo dalla banca privata converge a una quantità finita, in formule:

100 + 100(1-r) +\left[100-\left(100+100(1-r)\right)r\right] + \dots =

100 + 100(1-r) + \left[ 100- 100r-100r+100r^2 \right] + \dots =

100 + 100(1-r) + 100(1-r)^2 +\dots =

100 \sum_{k=0}^{\infty} (1-r)^k = \dfrac{1}{1-(1-r)} = 100 \cdot \dfrac{1}{r}

Nell’ultimo passaggio abbiamo sfruttato il fatto che la somma di una serie geometrica con ragione 0 \leq q = (1-r) < 1  è finita e uguale a 1/(1-q).
L’inverso del coefficiente di riserva frazionaria è detto anche moltiplicatore monetario e ci dice quante volte la moneta “stampata” dalla banca centrale verrà moltiplicata dalle banche private. Si vede immediatamente che più r è piccolo più il moltiplicatore è grande, infinito per r=0.

3. Il circuito interbancario 

Quando comprate un prodotto italiano trasferite del denaro (diciamo 100€) dal vostro conto presso la banca A al conto del venditore presso la banca B. Il venditore vedrà il denaro accreditato sul suo conto praticamente in tempo reale. In realtà però ci sono dei passaggi intermedi, che non vanno sottovalutati. Li illustriamo qui:

  1. La banca A preleva 100€ dal vostro conto.
  2. La banca A chiede alla Banca d’Italia di trasferire 100€ dal suo conto di riserva al conto di riserva della banca B.
  3. La banca B riceve 100€ sul suo conto di riserva presso la Banca d’Italia
  4. La banca B accredita 100€ sul conto del venditore.

La banca centrale svolge insomma il ruolo di camera di compensazione nelle transazioni tra banche private. Benissimo, ma questo era il caso semplice di un movimento di denaro interno, in cui sia compratore che venditore hanno conti correnti presso banche private dello stesso paese. Come cambia la situazione se si compra un bene estero? Ad esempio una bella e ecologica auto tedesca? C’è un passaggio in più da tenere in considerazione.

Così come le banche private hanno un conto di riserva presso la banca centrale nazionale così le banche centrali nazionali dell’Eurosistema hanno una sorta di conto di riserva presso la Banca Centrale Europea, che possiamo identificare con il saldo Target2, dove vengono registrate le entrate e le uscite del sistema bancario nazionale.

  1. La banca A preleva 100€ dal vostro conto.
  2. La Banca d’Italia toglie 100 dal conto di riserva della banca A
  3. La BCE registra un passivo di 100€ nel saldo Target2 della Banca d’Italia e un attivo di 100€ nel saldo Target2 della Bundesbank (per gli amici Buba)
  4. La Buba accredita 100€ nel conto di riserva di Deutsche Bank
  5. Deutsche Bank accredita 100€ sul conto corrente del produttore di auto tedesche

In pratica ogni volta che compriamo un bene estero causiamo un trasferimento di denaro dal sistema bancario italiano a quello del paese produttore (e viceversa se all’estero si comprano prodotti italiani). Se lo scambio avviene tra paesi dell’eurozona il costo del bene acquistato rappresenterà una passività nel saldo Target2 del paese acquirente e un attività nel saldo Target2 del paese produttore.

Detto in altri termini la BCE funziona da camera di compensazione per regolare debiti e crediti privati tra i sistemi bancari dell’eurozona. Quando un greco compra un frigorifero tedesco per 100 la BCE crea un credito Target2 di 100 a favore della Buba e un debito Target2 di 100 sul conto della Banca di Grecia. Il saldo è ovviamente 0 come per qualsiasi banca centrale che regola transazioni tra banche private all’interno di un singolo paese. Nessuno alla Federal Reserve degli Stati Uniti si sogna di registrare i debiti del Minnesota o i crediti della California o nessuno alla Banca d’Italia si sognava di segnare i crediti della Lombardia e i debiti del Molise.

Allo stesso modo non ha molto senso segnare debiti e crediti tra marito e moglie… se non al momento del divorzio.

Insomma che che ne dicano gli aedi delle AltreEurope, del sogno di Ventone, delle Europe dei popoli, quest’unione monetaria non è un unione. E non è un’unione perché i sistemi bancari privati non sono integrati e la contabilità nazionale viene tenuta come se tutti i paesi fossero separati (come infatti sono), per essere in grado di ricostruire, in caso di separazione, chi ha dato e chi ha avuto.

Di certo non un’ottima premessa per costruire un matrimonio felice.

E infatti…

(continua…)

 

 

 

Antifascisti su Marte

Rubo il titolo di questo post dall’illuminante blog di Luciano Barra Caracciolo, Orizzonte48, che invito tutti a leggere con attenzione.

È da diverso tempo che non scrivo nulla e ho anche lasciato un post a metà. Ultimamente non ho molto tempo e non sono ispirato, però voglio assolutamente scrivere qualcosa sulle elezioni francesi. Il primo turno ci ha regalato (come era pressoché certo) un ballottaggio tra due destre:

  • la destra delle élites europee cosmopolita, ultra-liberista, transnazionale rappresentata dal banchiere Rotschild e ex ministro dell’economia del governo Valls, Macron
  • la destra nazionale, tradizionalista, islamofoba e anti-europeista di  Marine Le Pen.

Io sono una persona di sinistra, questo blog, nel suo piccolissimo, prova a trasmettere un messaggio di sinistra e dico subito senza indugi e ripensamenti che se fossi francese voterei per Marine Le Pen. Nel resto del post proverò a spiegare questa mia presa di posizione.

Definizioni

Partiamo facendo alcune definizioni, prese come sempre dal nostro immortale punto di riferimento: il noto  filosofo di Treviri.

In un sistema economico capitalista la politica è l’insieme di decisioni (istituzionali e non) che regolano il conflitto sociale tra capitale e lavoro: cioè tra coloro che detengono i mezzi di produzione e coloro i quali possiedono solo la loro offerta di lavoro.

Il guadagno del capitalista altro non è che il valore generato dal lavoro degli operai (plusvalore) e non restituito loro in forma di salario. Il capitalista insomma si arricchisce derubando l’operaio di ciò che è suo perché prodotto dal suo lavoro.

La sinistra (quella vera) ha come sua ragione di esistere la difesa della classe lavoratrice contro quella capitalista e l’obiettivo finale, magari lontano, ma chiaro di arrivare alla collettivizzazione dei mezzi di produzione e quindi alla scomparsa della classe dominante capitalista.

In modo del tutto speculare la destra si oppone alla redistribuzione del reddito e della ricchezza dai capitalisti ai lavoratori. L’obiettivo finale della destra è la cristallizzazione della posizione dominante dei capitalisti tramite la creazione di una società ultra-liberista in cui lo Stato diventa minimo e si occupa esclusivamente di tutelare i diritti fondamentali dell’individuo. Cioè, in ultima analisi, di proteggere fisicamente i capitalisti e la loro proprietà privata.

È interessante notare come, secondo Von Hayek, padre del 99% di tutta la paccottiglia liberista che sentiamo oggi, lo stato minimo è l’unica forma di stato possibile in una federazione di nazioni disomogenee. Con tanti saluti alla “sinistra” che vuole gli Stati Uniti d’Europa. Qui e qui due riflessione di Cesaratto e Barra Caracciolo sul tema.

Notiamo immediatamente che nelle definizioni Marxiane non rientra in nessun modo il tema dei diritti civili dell’individuo. Questi infatti, non attengono ai rapporti sociali tra le classi, regolati esclusivamente dai rapporti di forza economici. I diritti civili non fanno quindi parte della struttura della società ma della cosiddetta sovrastruttura: Überbau. Analogamente appartiene alla sovrastruttura anche l’ ideologia che per Marx altro non è che uno strumento della classe dominante per soggiogare la classe lavoratrice.

 

Il fascismo come cane da guardia del liberismo

L’ideologia fascista, cioè quella che viene associata a Marine Le Pen – associazione per altro infondata – non è dissimile dalle altre ideologie. L’errore (più o meno consapevole) della “sinistra” (tra virgolette) è quello di identificarsi con l’anti-fascismo senza rendersi conto che questo non è sufficiente per proclamarsi sinistra (senza virgolette).

Il pensiero della “sinistra” in sintesi è questo: “Marine Le Pen è fascista, quindi una sua vittoria causerebbe in Francia e in Europa un rigurgito fascista, quindi un’avanzamento della destra (cioè i liberisti) e il conseguente schiacciamento dei diritti del lavoro. Quindi voto Macron, o al massimo mi astengo“.

Tralasciamo per un attimo il dettaglio non trascurabile che la “sinistra” stessa, almeno dagli anni ’70, è stata promotrice in prima persona di una continua trasformazione della società in senso liberista. Il ragionamento è evidentemente fallace perché inverte i rapporti di causa ed effetto.

Non è il fascismo che porta al liberismo, è la classe capitalista che si serve del fascismo per instaurare una società liberista.

Per una discussione dettagliata rimandiamo al blog di Barra Caracciolo, qui ci limitiamo a citare alcuni contributi significativi, come questo, di Lelio Basso:

[…] Gli industriali pensarono che se avessero appoggiato il fascismo e lo avessero mandato alla conquista dello Stato, avrebbero avuto finalmente a capo del Governo non un liberale di antico stampo come il Giolitti, che credeva in una certa funzione delle Stato, in certi diritti dello Stato, che non credeva che lo Stato dovesse obbedire al primo Agnelli che arrivava a dargli un ordine, ma un servitore obbediente. Come praticamente ebbero nel fascismo. È quando la Confindustria si decise a gettare il peso della sua forza economica, sociale, la, sua stampa, i suoi giornali, a passare dalla parte del fascismo, è da allora, dalla fine del ‘21, che il fascismo vince definitivamente la sua battaglia. Prenderà il potere poi nell’Ottobre del ‘22. Ma l’elemento che decide la vittoria del fascismo è il passaggio della Confindustria da quella parte. […]

L.Basso, Le origini del fascismo, Savona, Centro giovanile, cicl., 10-45

Il fascismo insomma non è stato altro che uno strumento con cui il capitalismo italiano ha soppresso le istanze di stampo socialista e regolato il conflitto sociale in senso liberista. La completa subalternità, sostanziale e ideologica, del duce al capitale italiano appare palese ricostruendo la politica economica del ventennio. Per maggiori dettagli si faccia riferimento a questo post di Correttore di Bozzi. Qui riportiamo un passo tratto dal libro di Raffaello Uboldi, La presa del potere di Benito Mussolini (p. 137 e seguente)

[…] Del resto non è che piaccia troppo questo romagnolo di dubbie origini e di dubbio credo, quello che vogliono i capitani d’industria è soprattutto tornare a lavorare e produrre adesso che lo spettro della rivoluzione è stato esorcizzato. Si vuole comunque capire —a pericolo cessato— dove il fascismo intende portare il paese, semmai arriverà al potere. Da qui le rassicurazioni, che non mancano, e non mancheranno, partendo dalla prospettiva di uno Stato «manchesteriano», cioè privatizzato, che Mussolini ha così delineato:

«Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomoni dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità, una politica estera intonata alle necessità nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell’attività privata dell’individuo».

R. Uboldi, La presa del potere di Benito Mussolini, Mondadori (p. 137 e seguente)

Notiamo immediatamente che lo stato di Mussolini è lo stesso di Von Hayek, e cosa ancora più inquietante, è lo stesso dell’Unione Europea, dove tutte le spese per il welfare sono di fatto subordinate all’approvazione della BCE, organismo non eletto e non responsabile né politicamente, né giuridicamente.

Ad ulteriore conferma della corrispondenza di amorosi sensi tra fascisti e liberisti (italiani e internazionali) citiamo un celebre passo di Ludwing von Mises, uno degli economisti più influenti della scuola austriaca.

It cannot be denied that Fascism and similar movements aimed at the establishment of dictatorships are full of the best intentions and that their intervention has for the moment saved European civilization. The merit that Fascism has thereby won for itself will live on eternally in history.

L. Von Mises, Liberalism

Sintesi

Se quello che la sinistra deve rifiutare è il liberismo, cioè lo stadio ultimo della società a immagine e somiglianza dei capitalisti, dove il lavoratore, privato di tutti i suoi diritti sociali, vive esclusivamente per far arricchire una ristretta oligarchia, l’obiettivo principale deve essere quello di rifiutare le istituzioni che impongono la deriva liberista. L’euro, l’Unione Europea e il loro garante francese Macron.

Possiamo passare ore a criticare l’idea di società che ha in mente Marine Le Pen che non è, e non sarà mai la nostra, ma non possiamo accettare la narrazione europeista che la addita come fascista.  Semplicemente non lo è. Non lo è perché in nessun punto del suo programma (qui non consideriamo obiezioni complottiste degli anti-complottisti) si prefigura un controllo della classe capitalista sullo stato. Diversi punti del programma invece esplicitano una rimozione dei vincoli €uropei ai quali è attualmente sottoposto lo stato francese e che rendono de facto impossibile la creazione di una democrazia sostanziale e la tutela dei diritti sociali delle classi subalterne.

Uno per tutti:

43: Remettre de l’ordre dans nos finances publiques par la fin des mauvaises dépenses publiques (notamment celles liées à l’immigration et à l’Union européenne) et par la lutte contre la fraude sociale et fiscale. Sortir de la dépendance aux marchés financiers en autorisant à nouveau le financement direct du Trésor par la Banque de France.

Il giorno in cui un partito sedicente di sinistra con più dello 0,1% dei voti avrà nel suo programma riportare la Banca Centrale entro il perimetro dello Stato, forse inizieremo a vedere una luce in fondo al tunnel.

Super Mario TARGET2 – prima parte

Molti di voi avranno letto, qualche settimana fa, questa criptica dichiarazione del Governatore della BCE Mario Draghi secondo cui l’Italia, in caso di uscita dall’euro, dovrebbe saldare un conto di 358 miliardi (pari a circa il 20% del PIL!). Parliamo di un’eventualità concreta? No. Diciamolo subito. Quest’uscita maldestra suona come uno degli ultimi disperati atti delle élites europee che provano a scongiurare la fine inevitabile dell’unione monetaria affidandosi al terrorismo psicologico. Prima di spiegare il motivo di questo ragionamento, però, facciamo un passo indietro spendendo due parole sull’italiano più potente d’Europa.

Breve e incompleta biografia di un banchiere centrale

Una volta superata la spessa cortina fumogena creata dai media mainstream la figura di Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, già governatore della Banca d’Italia e funzionario del Ministero del Tesoro (prima di un rapido giro di valzer a Goldman Sachs) appare molto più interessante. Se volete farvi due risate guardatevi questo video in cui l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ne da una sua personalissima descrizione. Qui sotto c’è la nostra:

Da funzionario del ministero del Tesoro nei primi anni ’90 Draghi fu protagonista della grande stagione delle privatizzazioni ovvero una delle più grandi svendite di patrimonio pubblico della Storia europea seconda forse solo alla privatizzazione delle industrie della Germania Est dopo la reunificazione.

Da governatore di Banca d’Italia (dunque responsabile della vigilanza sulla operazioni interbancarie) avallò la dubbia (eufemismo) operazione di acquisto di Banca Antonveneta da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena per 9 miliardi (più 7 di debiti). Soltanto un anno prima il Banco Santander aveva comprato Antonveneta da Abn-Amro per poco più di 6 miliardi. L’acquisizione distrusse le finanze della terza banca italiana e gettò le basi per la recente rovina dei risparmi di diverse migliaia di azionisti, obbligazionisti, e potenzialmente, anche correntisti di MPS.

Da governatore della Banca Centrale Europea ricordiamo la sua missiva (scritta nel 2011 a quattro mani con il governatore uscente Trichet) circa i provvedimenti che il governo italiano avrebbe dovuto prendere con la massima urgenza per arginare la crisi del debito sovrano. Quella lettera, che da 6 anni definisce il fallimentare programma economico e sociale dei governi italiani (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), sancì la caduta dell’ultimo esecutivo espresso da un processo democratico.

Gli esperti considerano Draghi l’uomo che nel Luglio 2012 salvò l’euro quando, mentre gli interessi sui titoli di Stato dei PIIGS salivano alle stelle, rilasciò la famosa dichiarazione del “whatever it takes”, preannunciando l’inizio del quantitative easing, iniziato quasi 3 anni dopo. Questo è il virgolettato:

There is another message that I want to tell you today. It is that within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough!
C’è un altro messaggio che voglio darvi oggi. Rimanendo nel nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi cosa sia necessaria per preservare l’euro. E credetemi. Sarà sufficiente.

Immediatamente dopo questa dichiarazione lo spread (cioè i punti percentuali di differenza) tra il tasso di interesse sui titoli di stato a scadenza 10 anni della periferia e quelli della Germania si ridusse drasticamente. Potete apprezzarlo osservando il grafico qui sotto, relativo ai BTP italiani. La linea rossa verticale è il Draghi moment.

spread

Sarebbe bello chiedere a Mario Draghi perché abbia deciso di annunciare il QE solamente nel Luglio del 2012 dopo che per più di un anno in mezza Europa vennero imposte misure di austerità lacrime e sangue sotto il ricatto dell’insostenibilità dei tassi di interesse sul debito. Non si sarebbe potuto rassicurare i mercati prima delle inutili riforme del governo Monti? O forse lo spettro dello spread serviva a convincere i popoli europei ad accettare di buon grado provvedimenti rivolti esplicitamente alla riduzione dei loro redditi.

I nostri amici Greci invece se lo ricordano per aver salvaguardato il regolare svolgimento del processo democratico congelando la liquidità disponibile per le banche Greche in vista del referendum sul piano di riforme proposto della Troika. Una decisione obbligata si disse, già, ma obbligata da cosa? Non certo da una mancanza di denaro visto che, come tutti ben sappiamo e come lo stesso Draghi ci conferma, la BCE il denaro lo crea dal nulla. E quindi perché sono stati presi certi provvedimenti? Perché con tale tempismo?

Tutte domande molto interessanti che purtroppo però non riceveranno mai nessuna risposta. Nel favoloso mondo di Eurolandia il governatore della BCE è indipendente da tutti i governi (tranne forse che da uno) e deve rendere conto solo a se stesso e (se esiste) a Dio come lo Imperatore. D’altra parte gli €uristi non hanno mai fatto mistero di apprezzare la società medioevale. Vi lascio con le parole di Giuliano Amato in una celebre intervista del 13 Luglio 2000 con Barbara Spinelli:

E perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? Il Medio Evo aveva un’umanità ben più ricca, e una pluri-identità che oggi può servire da modello. Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. Anche oggi, come allora, riemergono nelle nostre società i nomadi. Anche oggi abbiamo poteri senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani

(continua…)

Cari capitalisti tedeschi…

…l’euro è finito. Fatevene una ragione. Siamo ai saluti, la vittoria di Trump metterà definitivamente la pietra tombale sul dissennato progetto di integrazione Europea. Il copione è sempre lo stesso. L’America prima sostiene regimi istituzionali funzionali ai suoi interessi e poi se ne sbarazza quando il costo di mantenerli in piedi supera i benefici garantiti dalla loro … Continua a leggere “Cari capitalisti tedeschi…”

l’euro è finito.

Fatevene una ragione. Siamo ai saluti, la vittoria di Trump metterà definitivamente la pietra tombale sul dissennato progetto di integrazione Europea. Il copione è sempre lo stesso. L’America prima sostiene regimi istituzionali funzionali ai suoi interessi e poi se ne sbarazza quando il costo di mantenerli in piedi supera i benefici garantiti dalla loro presenza.

La funzione geopolitica che ha svolto l’Unione Europea non è dissimile da quella che hanno svolto i Talebani in Afghanistan o Saddam Hussein in Iraq. Il processo di integrazione Europea è storia del secondo dopoguerra, all’epoca le priorità di Washington erano stroncare in Europa qualsiasi velleità di tipo socialista e scongiurare la possibilità che uno stato europeo occidentale venisse assorbito nel blocco sovietico.

Wikileaks ci aiuta a confermare quello che comunque era già evidente. Cito da un cablo del Settembre 1978, quando in Europa si discuteva dello SME:

WE CONTINUE TO FAVOR. U.S. SUPPORT FOR EUROPEAN INTEGRATION HAS BEEN ONE OF THE MAIN ASPECTS OF OUR FOREIGN POLICY SINCE THE SECOND WORLD WAR. WE REMAIN PURSUADED THAT A STRONG AND UNITED EUROPE IS GOOD FOR THE U.S. EUROPEAN ATTEMPTS AT MONETARY COOPERATION SHOULD NOT BE JUDGED EXCLUSIVELY ON TECHNICAL OR ECONOMIC GROUNDS. WE REMAIN SENSITIVE TO THE POLITICAL ASPECTS AS WELL.

Fermo restando l’interesse politico, gli USA erano anche perfettamente consapevoli dei “danni collaterali” che un’Europa integrata avrebbe prodotto all’economia mondiale. Continuo a citare:

2. IN ASSESSING EUROPEAN EFFORTS AT MONETARY COOPERATION, HOWEVER, WE MUST ALSO WEIGH OUR OTHER INTERESTS. […]

3. THUS, THE U.S. MUST HOLD A DIFFICULT MIDDLE GROUND. WE MUST BALANCE OUR LONGSTANDING INTEREST IN EUROPEAN UNITY, AS ONE OF THE PILLARS OF OUR EUROPEAN POLICY, WITH A PRUDENT CONCERN FOR CONTINUING U.S. ECONOMIC AND FINANCIAL INTERESTS. […]

A EUROPEAN MONETARY ARRANGEMENT MIGHT:

— REDUCE THE FLEXIBILITY OF THE EXCHANGE RATE SYSTEM VIS A VIS THE REST OF THE WORLD AND THEREBY WEAKEN THE PROCESS OF INTERNATIONAL ADJUSTMENT;

IMPART A LONG-TERM DEFLATIONARY BIAS TO THE GLOBAL ECONOMY (WHERE THE EC AS A UNIT HAS A WEIGHT ROUGHLY EQUAL TO THE U.S.;

Insomma, cari capitalisti tedeschi, i nostri attuali problemi (di cui voi siete i primi responsabili) erano da sempre ben noti all’establishment americano. Nel 2015 l’amministrazione Obama, nel mezzo della crisi per il referendum greco, ha valutato che era ancora conveniente salvaguardare il giocattolo dell’euro, oggi la posizione è cambiata e le scenate isteriche dei vostri portavoce fanno solo sorridere.

Ma dopotutto non c’è motivo di essere così nervosi, gli economisti liberisti, che a voi piacciono tanto, ripetono da sempre che non esistono pasti gratis e voi sarebbe pure ora che smetteste di mangiare sulle spalle dei vostri lavoratori.

Mi spiego. Ma prima ho bisogno di introdurre un semplice concetto macroeconomico. Voi certamente lo conoscete già, ma un ripassino vi farà bene.

Il tasso di cambio reale

Il tasso di cambio reale è definito come il rapporto tra i prezzi esteri in valuta locale e i prezzi all’interno del paese in esame. In formule:

RER = E\dfrac{P^*}{P}

dove E è il tasso di cambio nominale, cioè a quante unità di valuta estera corrisponde un’unità di valuta nazionale, P^* sono i prezzi esteri e P sono i prezzi interni. Facciamo un esempio: gli indici dei prezzi già convertiti in dollari sono disponibili sul sito dell’OCSE, li riportiamo qui sotto per un campione di 5 paesi.

prices_oecd.png

Per calcolare il tasso di cambio reale tra Stati Uniti e Germania dividiamo l’indice dei prezzi statunitense con quello tedesco, otteniamo 113/97 = 1.16. Questo ci dice che i beni americani costano il 16% di più di quelli tedeschi, i quali risulteranno quindi più convenienti per il consumatore americano. Visto che gli Stati Uniti nel 2015 hanno registrato un deficit commerciale nei confronti della Germania di 77 miliardi di dollari e che la BCE continua a svalutare l’euro a rotta di collo (deprezzando ulteriormente i beni tedeschi) la cosa crea qualche problemino. Ce lo siamo già detti qui.

Adesso però lasciamo stare i nostri amici sull’altra sponda dell’Atlantico – ci daranno grosse soddisfazioni nei prossimi mesi – e concentriamoci sulle faccende del magico mondo di €urolandia. In economia la dinamica di una variabile è spesso molto più importante del suo valore assoluto in un dato intervallo di tempo.
All’epoca dell’introduzione della moneta unica i padri nobili (?) del folle progetto eurista ci dissero che l’euro avrebbe favorito (!) la convergenza tra le economie dell’eurozona. Se questa panzana fosse stata vera (periodo ipotetico del terzo tipo o dell’irrealtà) avremmo dovuto osservare un apprezzamento del cambio reale dei paesi più avanzati nei confronti dei paesi meno competitivi dell’area. In questo modo i paesi del Nord avrebbero trovato più convenienti i beni dei paesi del Sud e così facendo ne avrebbero stimolato la crescita sostenendone le esportazioni.

È andata così? Non proprio. Guardiamo i dati. Il grafico in basso riporta il tasso di cambio reale tra i principali paesi dell’eurozona e la Germania dal 1999 in poi, cioè dall’introduzione dell’euro. Dato che il cambio nominale è fisso, e uguale a 1, per calcolare la variazione dei tassi di cambio reale basta fare il rapporto tra la variazione dei prezzi, cioè l’inflazione, in Germania e negli altri paesi.

rer_with_germany

Tutti i paesi dell’Eurozona (tranne la Finlandia per un breve periodo) hanno registrato una crescita dei prezzi superiore a quella della Germania. Per conseguenza i beni francesi, italiani, spagnoli, greci ecc. sono diventati progressivamente meno competitivi di quelli tedeschi. Non potendo compensare il fenomeno con un deprezzamento del cambio nominale questi paesi hanno finito per accumulare deficit commerciali con la Germania. Tanti compratori, un solo venditore, come già ci eravamo detti qui.

Benissimo, direte voi, ma che c’entrano i capitalisti tedeschi con tutto questo? In Germania i prezzi aumentano poco perché lì non ci sono tutti gli atavici mali italiani: gli sprechi dovuti alla corruzione, all’evasione fiscale, non c’è il debito pubblico, la giustizia lenta, la burocrazia inefficiente…

Inflazione e salari

Ha senso questa storia? No! Non ce l’ha. Allora smettiamo anche di pensarla.
La verità è che il tasso di inflazione dipende in larga misura da quello che succede ai salari. I prezzi aumentano se aumenta la domanda di beni, cioè se ci sono più persone con più reddito da spendere, cioè se i salari aumentano. Se i salari stagnano stagneranno anche i prezzi quindi non ci sarà inflazione, o peggio, se i salari diminuiscono ci sarà deflazione, quella che abbiamo oggi in Italia per la prima volta dal 1959. Capito? Benissimo.
E cosa hanno combinato i salari nei paesi dell’Eurozona da quando c’è l’euro? Questo:

real_comp

Guardiamo bene questo grafico. Si nota subito il botto impressionante dei salari greci che dal 2009 sono stati ridotti di un quarto fino a raggiungere un livello del 4% inferiore a quello del 2000 quando il paese è entrato nell’euro. Grazie alla cura Monti/Napolitano i  salari italiani hanno perso “solo” un 6% e oggi sono un 4% inferiori a quello che erano nel 1999.

Ma l’andamento più interessante è probabilmente quello dei salari della Germania. Il paradiso degli euristi. Nel paese col più alto surplus commerciale al mondo dal 2003 al 2009 i salari sono scesi del 6% mentre il surplus estero del paese esplodeva.

Un caso? Non direi. Le due cose sono ovviamente collegate. Una volta inibita la possibilità dei partner di agire sulla leva del cambio nominale, la Germania ha operato una progressiva svalutazione interna competitiva rispetto agli altri paesi Europei abbattendo i salari dei suoi lavoratori. Proprio così. L’incubo degli opinionisti da bar: la svalutazione competitiva, il cancro italico, simbolo dell’improduttività mediterranea si è manifestato nell’austera e produttiva terra teutonica. Incredibile.

Chi fosse interessato ad approfondire come la Germania sia riuscita a mettere a punto questa svalutazione grazie alle riforme del mercato del lavoro può leggere questo articolo e diversi altri sul blog del Prof. Alberto Bagnai ma conclusioni simili si possono trovare leggendo anche economisti decisamente più mainstream, ad esempio qui o qui.

Concludendo

Cari capitalisti tedeschi, scusate per la tediosa digressione. Se il vostro giocattolo sta per rompersi potete prendervela solo con voi stessi. In questi 17 anni di orgia eurista la Germania ha accumulato 2862 miliardi di dollari di surplus verso l’estero. Questa cifra ridicola è reddito sottratto, prima ancora che ai vostri partner commerciali, alla vostra classe lavoratrice, ai vostri fratelli tedeschi. La vostra idea di economia (e quindi di politica) è vecchia di 400 anni ed è fascista, anzi per voi che siete più familiari con l’articolo nazista. Non può essere definita altrimenti una politica che si basa all’interno sullo schiacciamento dei salari e all’esterno sull’accaparramento del reddito prodotto dal lavoro degli altri.

Una ventata protezionista spazzerà via il vostro surplus e i vostri crediti esteri. Non frignate! Voi per primi siete stati molto più protezionisti di Trump e Le Pen. Avere una moneta svalutata del 20, 30 o 40% è identico ad avere un dazio dello stesso valore sulle importazioni. È ora di tornare al libero mercato (quello che amate tanto quando vi conviene) lasciando che sia lui a decidere il prezzo corretto per la valuta vostra e dei vostri concorrenti.

La produttività italiana

In questo post abbiamo visto come la presenza dell’euro (cioè di un’accordo di cambio fisso) abbia impedito il graduale aggiustamento degli squilibri macroeconomici (commerciali e finanziari) tra i paesi dell’eurozona. In questo sistema totalmente rigido, le politiche tedesche di controllo dell’inflazione, per le quali il paese è storicamente famoso, hanno fatto esplodere il surplus commerciale della Germania nei confronti dei partner europei nel periodo 2000-2010 e portato il sistema sull’orlo del collasso. Gli squilibri commerciali, come le vostre buste paga conoscono meglio di voi, sono stati curati con l’austerità ovvero con la distruzione della domanda interna nei paesi del sud.

In questo post non mi dilungherò sulle politiche anti-inflattive  (cioè di compressione dei salari) della Germania, piuttosto mi concentrerò sulla crisi della produttività italiana.
Chiarendo questo punto potremo (forse) evitare le solite obiezioni dei commentatori da bar che individuano nella scarsa produttività del nostro paese il solo motivo della stagnazione economica in cui ci troviamo.

Secondo il commentatore produttivista, nonostante quello che ormai si può leggere e sentire quotidianamente persino sulla stampa mainstream, il problema della stagnazione economica italiana sta nel fatto che siamo improduttivi. L’euro non c’entra niente e anzi la sua stabilità (?) ci avrebbe salvato da un imprecisato disastro economico. Le spiegazioni addotte per giustificare la crisi della produttività italiana variano a seconda del bar in cui vi trovate. Ci sono quelli che: non abbiamo investito in ricerca e innovazione, quelli che: gli italiani sono pigri, quelli che: il familismo amorale, la corruzione…insomma ce n’è per tutti i gusti. Qui proviamo a fare un ragionamento un po’ più coerente coi dati.

La ferrea logica del produttivista

Prima di addentrarci nel discorso però fatemi mettere in chiaro che l’obiezione produttivista alla critica della moneta unica è illogica prima ancora che sbagliata.
Se anche fosse vero che i tedeschi sono antropologicamente più produttivi di noi pigroni, scansafatiche del sud, per quale motivo dovremmo avere la stessa moneta. La Germania è brava e produce tanto? Che rivaluti la sua moneta! Se svalutare è un male (come pensano i produttivisti) i tedeschi saranno felicissimi di fare il contrario! No?

Perché un paese improduttivo deve avere la stessa valuta del paese produttivo, accumulare deficit di partite correnti per 10 anni e infine tagliare i salari per compensare questo squilibrio? Oltretutto i salari dipendono dalla produttività e tagliare i salari in un paese poco produttivo è molto più doloroso. Togliere 100 euro dalla busta paga di un tedesco è un po’ diverso che toglierli da quella di un greco, non vi pare?

Va be’ facciamo finta di niente e andiamo avanti.

Il caso italiano

I dati storici della produttività italiana sono comodamente scaricabili da tutti dal sito del OECD. La variabile a cui siamo interessati è definita come l’output per ora lavorata, cioè il PIL generato per ogni ora di lavoro. Per avere un termine di paragone concreto ho preso la misura del PIL a prezzi costanti in dollari del 2010. Il grafico che si ottiene è questo:

productivity_ita_ger_1970.png

Guardandolo notiamo subito che effettivamente abbiamo un problema. Oggi un lavoratore italiano produce in media in un ora 15 dollari in meno di valore aggiunto rispetto al suo omologo tedesco. Il grafico però ci dice anche che fino al 1989 la produttività italiana è stata in linea con quella tedesca, anzi persino superiore. I problemi iniziano a manifestarsi dal 1989. La produttività sembra fermarsi fino al 1992 quando riparte e quasi raggiunge di nuovo quella tedesca nel 1995. Dopo la crescita si appiattisce di nuovo e questa volta senza alcun segno di ripresa fino ad oggi.

Ho sottolineato in rosso gli anni in cui la produttività italiana si arresta: i 3 anni dal 1989 al 1992 e il lunghissimo periodo che va dal 1996 ad oggi. Ora proviamo a vedere (giusto così, per curiosità) l’andamento del tasso di cambio tra la lira italiana e il marco tedesco negli stessi anni. I dati si possono scaricare dal sito della Banca d’Italia e ci dicono per ogni anno (in media) quante lire erano necessarie per comprare un marco tedesco. Ecco il grafico:

lit_mar.png

Sorpresa! I periodi di stagnazione della produttività coincidono “stranamente” con quelli in cui l’Italia ha deciso di irrigidire il suo cambio rispetto al Marco tedesco. Ripercorriamo brevemente la storia di quegli anni:

  • Il 13 Marzo 1979 nonostante il parere negativo del Partito Comunista l’Italia entra nel Sistema Monetario Europeo (SME), ovvero un accordo di cambio semi-fisso all’interno del quale alla lira era garantita una banda di oscillazione di ±6% rispetto all’ECU, una valuta scritturale data dalla media delle valute dei paesi aderenti allo SME.
    È molto “divertente” rileggere oggi l’appassionato discorso dell’onorevole Giorgio Napolitano durante la seduta della Camera dei Deputati del 13 Dicembre 1978 quando adduceva queste motivazioni contro l’entrata dell’Italia nello SME. Ne estraggo un passo tra i tanti:“È così venuto alla luce un equivoco di fondo, [..] se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.”

    Chissà se poi Napolitano ha trovato una risposta convincente all’equivoco.
  • Nel Gennaio 1990 la Lira decide di entrare nella banda di oscillazione stretta del ±2.25% come la Germania, la Francia e gli altri paesi dell’area del marco.
    La produttività italiana entra in sofferenza fino al 1992, quando dopo mesi di inutili sofferenze e riserve della Banca d’Italia sprecate per difendere un cambio insostenibile, la lira svaluta ed esce dallo SME.
  • Liberata dal giogo del cambio fisso la produttività italiana riparte e si riavvicina a quella tedesca fino al 1996 quando decidiamo di rivalutare bruscamente per poi fissare definitivamente il cambio e entrare nell’euro. La produttività italiana di fatto ha smesso di crescere da quando vent’anni fa è stata presa quella decisione

Thirlwall & Verdoorn vs. Say

Abbiamo visto come i dati ci suggeriscano una storia molto diversa di quella che sentiamo di solito dai media e al bar. La favola secondo cui gli italiani sono per indole improduttivi si squaglia di fronte al fatto che, fino alla fine degli anni ’80, era il nostro paese ad essere più produttivo della Germania. E anche dal 1992 al 1996 la produttività italiana è cresciuta più di quella tedesca. È interessante e inquietante invece notare la coincidenza tra i periodi di stagnazione della produttività e quelli in cui il cambio è stato fissato.

Un semplice caso? Le leggi di Thirlwall e Verdoorn ci dicono di no.
La legge di Thirlwall (di cui abbiamo già parlato qui) ci dice che la crescita dell’economia è proporzionale alla crescita delle esportazioni nette. La legge di Verdoorn invece ci spiega che la crescita della produttività è proporzionale alla crescita dell’economia. Mettendo insieme queste due leggi otteniamo una spiegazione convincente della stagnazione della produttività italiana.

Il cambio fissato a un valore troppo alto per l’economia italiana ha strozzato le crescita delle esportazioni. Questo ha causato un rallentamento della crescita dell’economia che ha causato infine la stagnazione della produttività. Questo è successo prima nello SME e poi con l’euro.

Indipendentemente dai dettagli tecnici il discorso è facile da capire. Se non ho prospettive di vendere per quale motivo dovrei produrre di più? Se ho un bar e ogni mattina arrivano circa 10 clienti all’ora perché dovrei mettermi a produrre 20 caffé?
La produttività dipende dalla domanda. Se aumenta la domanda dei miei beni mi metterò a produrne di più, altrimenti no.

Semplice, ma impossibile da accettare per tutti i neo-liberisti, che di neo hanno ben poco visto che si basano su teorie economiche che hanno più di 100 anni. Loro credono fermamente nella legge di Say. Sono convinti che la produzione di beni crei necessariamente la loro domanda, quindi, per definizione si vende tutto quello che si produce e più si produce più si vende, sempre e comunque.

Noi abbiamo affidato le sorti del nostro continente a questi squilibrati.

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